AGORA Marche
COMMENTI ED OPINIONI
  • Commenti ed opinioni

  •  
     COMMENTI ED OPINIONI





    Il miglior presidente che stupisce il mondo
    Il mondo, dai vicini europei alla Nuova Zelanda, ci guarda attonito. Le cronache e i commenti dei giornali di tutto il pianeta oscillano tra lo scherno, la preoccupazione per i rischi per la democrazia che appaiono sempre più concreti e lo stupore

     Le cronache e i commenti dei giornali di tutto il pianeta oscillano tra lo scherno, la preoccupazione per i rischi per la democrazia che appaiono sempre più concreti e lo stupore per il fatto che rimanga ancora senza conseguenze una serie di vicende che avrebbero portato, in qualsiasi altro paese che non fosse sotto il tallone di una dittatura, alle dimissioni – e da tempo – di colui che si è appena definito “il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni”.

     

    Nel frattempo i capi della Lega, difensori della Civiltà Cattolica contro gli assalti del barbari che premono alle frontiere e ormai dilagano all’interno, officiano il rito dell’ampolla d’acqua del Dio Po versata nella laguna di Venezia, benedicono con le sue ultime stille il capo di fanciulli casualmente lì presso e rilanciano il programma di secessione della Padania – che “sarà uno Stato libero, indipendente e sovrano” –  da perseguire “con le buone o con le meno buone”. Ed è un ministro della Repubblica, uno di quelli che hanno giurato fedeltà alla Costituzione, a pronunciare queste parole.

     

    In questo generale impazzimento, incredibilmente ignorato o sottovalutato da una parte cospicua dei cittadini, l’Italia si trova immersa nella crisi mondiale di cui oggi si dice che il peggio sia passato – nel senso del collasso dell’economia globale – ma si concorda anche sul fatto che il futuro è imprevedibile. Il nostro paese era in seria difficoltà già prima della crisi: il dibattito sul “declino” ha fatto consumare fiumi di inchiostro. Ora, invece di questo teatro dell’assurdo, servirebbe una politica economica, di cui, al di là di qualche modestissimo intervento-tampone, non si vede traccia. Mentre l’America – ma anche altri paesi – lancia la green economy, da noi ci si disinteressa persino del contenimento delle emissioni, a cui ci siamo impegnati firmando il Protocollo di Kyoto e che ci costerà denaro sonante non rispettare. Il cuore della nostra politica è lo “scudo fiscale”, ennesimo regalo senza contropartita agli evasori, e il controllo di qualche proprietario di yacht, tanto per avere i titoli sui giornali ed evitando con cura iniziative più serie.Ma non disperiamo. Siamo nelle mani del “miglior presidente” che ci potesse capitare.

    Eguagianza e Libertà

    vedi anche La «Signoria» e la primavera dei cuori › Giovanni Colombo

    | Commenti ed opinioni



     

    Nel mezzo della Città Adriatica stanno le Marche. Regione operosa. Con il maggior numero di addetti alla manifattura in rapporto alla popolazione attiva. Terra dello “sviluppo senza fratture”, come diceva Giorgio Fuà. Frutto del sincretismo operoso del metal mezzadro, figura idealtipica che teneva assieme industria e contado, con in più il turismo della costa. Oggi, nella crisi, c’è il rischio che lo sviluppo senza fratture si tramuti nelle fratture senza sviluppo.

    Parlando con i marchigiani la sensazione è che, parafrasando il sommo poeta di Recanati, è come se si fosse in un momento di “quiete” in mezzo alla tempesta, tra gli effetti della crisi già sul terreno e quelli che potrebbero aggiungersi a breve. Una sfida, per chi, tra tante trasformazioni della base produttiva dei distretti, sembrava avere individuato la quadratura del cerchio con il passaggio dall’impresa a matrice metal mezzadra alla moderna impresa creativa-comunicativa, in un mix che teneva assieme creatività artigiana, design industriale e moderna propensione commerciale negli outlet della moda. Il tutto unito da una modernizzazione delle reti infrastrutturali, dalla qualificazione dell’offerta turistica e messa in rete dall’università , da una tenuta sostanziale del tessuto sociale sotto il profilo dell’integrazione degli stranieri e delle politiche di welfare locale, favorita anche da una sostanziale stabilità politico-amministrativa.

    Ebbene oggi, in questa interzona di transizione, che sembra precedere una recrudescenza della tempesta nel prossimo autunno, quando gli ammortizzatori sociali andranno a probabile esaurimento e il tessuto delle imprese locali non avrà toccato con mano la ripresa, c’è il rischio di compromettere radicalmente l’apparente linearità del processo di sviluppo. Stesso problema che abbiamo colto in Emilia-Romagna: crisi del modello produttivo e profonda ristrutturazione delle filiere.

    | Commenti ed opinioni




    Non metterebbe veramente conto di doversi occupare di una spiacevole storia di ragazzine sprovvedute, di genitori troppo ambiziosi e soprattutto di ricchi e potenti signori incontinenti se, per l'appunto, solo di questo si trattasse.

    Una vicenda del genere meriterebbe di rimanere confinata nella dimensione privata o al massimo nella cronaca rosa se non finisse, da un lato, per investire pesantemente le responsabilità pubbliche di un ricco e potente signore e, dall'altro, se non mettesse in evidenza lo scadimento, starei per dire il disarmo della coscienza morale di questo Paese.

    Sulla prima questione già molti si sono esercitati, e alla fine l'unica cosa da dire è quanto avesse ragione Montesquieu quando affermò che il potere assoluto corrompe assolutamente, nel senso che chi si sente padrone ad un tempo del potere politico, di quello mediatico e di quello economico, ed è sicuro di non avere rivali alla propria altezza e di poter programmare per se stesso un avvenire di indiscutibile grandezza, finisce anche per perdere quei pochi freni inibitori di cui era dotato, e ritiene di potersi permettere qualunque cosa, sicuro dell'impunità giudiziaria e dell'anestesia della coscienza civile.

    Ed è infatti la seconda questione quella che merita di essere approfondita, nel senso che comportamenti del genere sarebbero a dir poco impossibili in una società in cui la coscienza morale fosse più vigile. Qui occorre distinguere: quando si parla di moralità in questo Paese, e temo che per certi versi pesi a tale proposito un retaggio cattolico, si fa immediatamente riferimento alla sfera sessuale, ma è chiaro che la morale ha una dimensione più ampia. Inoltre, vi è una certa tendenza a confondere moralità e legalità, facendo un generale pasticcio in cui ciò che è reprensibile moralmente si confonde con ciò che lo è politicamente ed infine con quello che configura una fattispecie penale.

    Sul terzo aspetto, evidentemente, si deve esprimere chi ha la competenza - ed il dovere - di farlo, ma sui primi due il giudizio spetterebbe ad un'opinione pubblica informata, che a sua volta presupporrebbe una stampa libera. Diciamo che nel nostro Paese, e questo è già un segnale di degrado, un sistema informativo libero è una merce piuttosto rara, e questo mette un'opinione pubblica già di suo poco propensa all'attivazione etica ancora meno capace di formarsi un'opinione specifica.

    In linea generale, però, credo non abbia torto Gabriele Romagnoli quando scrive (“Repubblica” del 30 maggio) che il punto non sono tanto i desideri senili di qualcuno, ma la tendenza delle famiglie, diciamo di certe famiglie, di rendersi immediatamente disponibili a tali desideri in nome della superiore ambizione del successo, della fama, di un posto in uno show tv o in Parlamento (tanto, a quel che sembra, è ormai la stessa cosa), barattando in nome di questo anche ciò che dovrebbe loro essere più caro.

    Si parla tanto, ed anche a sproposito, del ruolo della famiglia nel nostro Paese, di come essa sia la base della società e venga regolarmente dimenticata nella fase della programmazione ed allocazione delle risorse, ed è abbastanza vero. Ma non abbiamo ancora svolto una riflessione su come la famiglia sia anche, e molto spesso, il terminale della crisi etica del nostro Paese, di come spesso si trasformi in incubatrice di violenze, di indifferenza, di odi reciproci, ovvero come spesso sia un luogo chiuso in cui maturano le ambizioni più smodate, certamente indotte da un ambiente esterno insano da cui si ricevono stimoli negativi, ma anche frutto di quella elaborazione del proprio particulare, per usare la formula dell'egoismo atavico nobilitata dal Guicciardini, per cui qualunque metodo è buono per raggiungere il successo, ed il lavoro e lo studio diventano accessori secondari, per non dire di altre aspirazioni un po' più nobili che non siano l'autoaffermazione personale.

    In sostanza, spesso non ci sarebbero corruttori se non ci fossero persone già predisposte alla corruzione, così come non ci sarebbero tiranni se non ci fossero coloro che già sono disponibili alla servitù, come aveva capito bene l'imperatore Tiberio, che malediceva i senatori che lo osannavano in pubblico (pur odiandolo segretamente) come “homines ad servitutem parati”.

    E anche se un certo tipo di egemonia culturale ha potuto contribuire pesantemente a questa soluzione, le responsabilità dei singoli, come pure quelle di certune zelanti agenzie formative che non hanno fatto il loro dovere, non possono in alcun modo essere eluse.

    Berlusconi, prima o poi, passerà: le anime morte disponibili al servaggio e alla prostituzione rimarranno ancora fra noi per molto tempo, in attesa di un nuovo padrone.

    archivio editoriali

    2009

    2008


    2007

    2006

    2005

    2004

    2003

    2002

    2001
    | Commenti ed opinioni

    Ci sono tre aspetti della questione immigrati con i quali occorre confrontarsi. Il primo è quello riguardante i cinque milioni di persone di origine straniera (di cui quattro milioni sono regolari e un milione irregolari) che vivono da anni in Italia, facendone un paese già multietnico. La politica del governo è volta a rendere la loro esistenza sempre più difficile mediante un ‘piano sicurezza’ che colpisce in particolare i ‘clandestini’; non tenendo conto del fatto, accertato da indagini di organismi ecclesiali, che nove immigrati su dieci hanno trascorso all’inizio un periodo di clandestinità, o vi sono tornati almeno temporaneamente per la fine dei permessi di residenza.

    Il secondo è quello che riguarda in particolare l’immigrazione clandestina dall’Africa, con le drammatiche vicende di questi giorni, con le operazioni di ‘respingimento’ dei barconi carichi di uomini, donne, bambini. Per il ministro dell’Interno si tratta di “una svolta storica”. In realtà è storia vecchia. Gli africani, prima li abbiamo schiavizzati per due o tre secoli, e quelli che morivano sulle terribili galere venivano sepolti nell’Atlantico (come quelli che scompaiono adesso nel Mediterraneo); poi per oltre un secolo li abbiamo colonizzati, per portargli via materie prime che servivano alla nostra industrializzazione; adesso non li vogliamo fra di noi, punto e basta. E l’Onu, le associazioni umanitarie, la stessa Chiesa dicano quello che vogliono.
    Le norme internazionali sul diritto all’asilo sono carta straccia. Li rimandiamo in Libia, incuranti del fatto che Tripoli non ha mai riconosciuto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati; e del fatto che solo nel 2008 il 75 per cento di chi è giunto via mare in Italia ha chiesto asilo politico e che al 50 per cento di essi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Dunque, prima di ‘respingerli’ occorre almeno verificare questo diritto.

    È appena uscito un libro-antologia, Fede, ragione, verità e amore (ed. Lindau, Torino), che raccoglie 37 scritti di varie epoche dell’attuale pontefice Benedetto XVI. Vi si legge questa frase: “Le società possono divenire cieche al diritto in vasti ambiti. Pensiamo alla cecità della società ‘cristiana’ di fronte al problema della schiavitù durante l’età del primo colonialismo; pensiamo alla cecità che, sotto la pressione della propaganda, dilagò nella Germania nazionalsocialista e negli stati retti a regime marxista. Per tale ragione i cristiani non devono facilmente abbandonare la società a sé stessa, (…) hanno il dovere di lottare per un diritto ‘giusto’”.
    Terzo punto, la politica. Quanto succede oggi è in funzione delle imminenti elezioni europee e amministrative e del referendum del 21 giugno. La maggioranza punta molto sulla paura e sulla sicurezza. Nell’autunno scorso monsignor Nozza, direttore della Caritas, scrisse sull’Osservatore romano: “La politica è creazione di opinioni non tenute al guinzaglio dell’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini; è azione capace di operare perché si determinino cambiamenti nell’opinione pubblica imperante”, alla quale arrivano invece dalla politica “segnali contrari che – per mitigare le frustrazioni di chi vede riflesse nell’altro, nel diverso, le proprie insicurezze – alimentano un clima di paura e di intolleranza”.

     

    | Commenti ed opinioni


    Alla fine, per far passare il disegno di legge sulla sicurezza la maggioranza ha posto di nuovo la questione di fiducia. Per tutta la settimana scorsa la votazione, già all’ordine del giorno dell’Aula, è stata ripetutamente ritardata perché PdL e Lega Nord non riuscivano a trovare al loro interno un accordo. Poi si è capito che avrebbero rinviato tutto alla settimana successiva (questa), con il seguente programma: martedì 12 viene posta la fiducia, mercoledì la si vota, giovedì si approva il provvedimento. Da un lato saranno state svuotate due settimane di attività della Camera. Dall’altro verrà impedito ancora una volta all’opposizione di esprimere compiutamente critiche e proposte alternative nella sede parlamentare. Le varie componenti della maggioranza si sottrarranno alle loro responsabilità e al rischio che un voto libero dei singoli deputati (come è già capitato) metta in discussione l’accordo raggiunto sottobanco.

    In questo modo il governo conta di far approvare l’istituzione delle ronde e il trattenimento prolungato fino a sei mesi delle persone prive di permesso di soggiorno nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie). La prima decisione era stata bloccata e la seconda già espressamente respinta (con il voto segreto) alla Camera quattro settimane fa. Stavolta vengono messe insieme a una serie di altre scelte aberranti che consentano alla Lega e al governo di dire, prima delle elezioni europee, che è iniziata una guerra finalmente inflessibile contro l’immigrazione clandestina.

    Ora, l'idea che ha guidato la redazione del progetto è che una tale guerra possa essere condotta disseminando di controlli sulla regolarità del soggiorno - affidati anche a figure “civili”, come gli insegnanti o i medici - tutti i passaggi più essenziali e delicati della vita delle persone: l’istruzione, le cure sanitarie, il matrimonio, la fissazione della dimora, la dichiarazione di nascita dei figli.

    Peccato che questo tipo di norme siano di dubbia efficacia nei confronti dei delinquenti. Gli extracomunitari entrati clandestinamente e dediti al crimine probabilmente già oggi evitano di andare in ospedale per farsi curare, non denunciano la nascita dei figli e non li mandano a scuola, non intendono far conoscere il loro domicilio e non stipulano regolari contratti di locazione, non chiedono di sposarsi regolarmente, non cercano un lavoro pulito per poter ottenere e conservare il permesso di soggiorno. Le norme proposte dal governo finirebbero per indurre gli irregolari più miti e operosi, entrati magari regolarmente ma con un permesso di soggiorno scaduto, a vivere “come clandestini”.

    Sono norme sbagliate come parte di una seria politica sull’immigrazione (su cui questo governo balbetta almeno quanto i suoi predecessori), ma hanno anche un difetto molto più grave. Minano diritti fondamentali ed inalienabili della persona – come la formazione della famiglia, il riconoscimento alla nascita, la cura e l’istruzione dei figli – la cui tutela non può dipendere dalla disponibilità o meno del permesso di soggiorno dei genitori.

    Allo stesso tempo, su coloro i quali sono regolari o richiedono di essere regolarizzati vengono fatti gravare oneri crescenti. Ad esempio, il contributo per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno sale da 72 fino a 200 euro. Mentre oggi corrisponde ai costi amministrativi per il rilascio – che è quanto si richiede ad un cittadino italiano per ottenere la carta di identità o la patente – domani diventerà una specie di tassa.

    Quanto all’estensione del periodo di fermo nei Cie, una direttiva dell’Unione Europea dice che gli stati membri possono trattenere un cittadino di un paese terzo per prepararne il rimpatrio solo se sussiste un pericolo di fuga o se l’immigrato ostacola la preparazione dell’allontanamento. Nel progetto del governo, una persona può essere tenuta coattivamente nei "centri di identificazione" per un periodo fino a sei mesi anche se il paese da cui proviene non coopera al suo rimpatrio o ci sono ritardi nell’ottenimento da parte di amministrazioni straniere della documentazione necessaria, quindi per ragioni indipendenti dalla sua volontà. Facciamoci una domanda. Cosa direbbero gli avvocati garantisti del premier se misure molto meno arbitrarie fossero applicate alla libertà di “persone eminenti”?

     

    | Commenti ed opinioni


    Siamo prossimi alle elezioni europee. Le liste sono state già fatte. Riaffiora la polemica da parte dei PDL e dell’UDC circa la collocazione. del PD nello schieramento europeo. L’attenzione è rivolta particolarmente ai cattolici che militano nel PD. Questo partito  effettivamente non ha scelto. Comunque è chiaro, nel bipartitismo europeo, la scelta pù prossima (vicinanza) è quella del Partito Socialista Europeo. L’altro Partito, il Popolare europeo, ha ormai poco della cultura del popolarismo: le adesioni delle forze conservatrici e, soprattutto, di coloro che provengono dalla cultura della destra conservatrice (in Italia, il Partito della libertà, in Europa i conservatori inglesi, la destra francese) lo hanno snaturato. Se il PSE ha un’identità in crisi, il PPE non ha alcuna identità se non quella dell’accozzaglia di interessi e di contraddizioni identitarie.

    Il PD vuole mantenere in Europa la sua originalità di laboratorio d’incontro delle culture fondative che si richiamano sia al cattolicesimo democratico, sia alla cultura laica post-marxista. Almeno in questo nuovo Partito esiste la fatica di dare forma ad una forza riformista; nell’altro, il collante è un personaggio e il potere. Se vengono a nancare questi due ingredienti, il castello crolla.

       Il compito che oggi sta dinanzi ai cattolici democratici è quello, di farsi interpreti e portatori, anche sulla scena europea, di una novità politica, di un movimento riformatore e democratico  che faccia riferimento sia ai socialisti che ai democratici..

     E' questo un percorso ormai avviato che ha bisogno delle necessarie maturazioni politiche e storiche, ma che certamente apre scenari nuovi nella vita politica europea. Ma, l'apertura di nuovi scenari politici necessita inevitabilmente del processo di superamento di una pura e semplice fusione tra due gruppi, perché, se si riflette attentamente, sono venute meno quelle impostazioni ideologiche e politiche per tenere in vita un gruppo che si richiama al socialismo. Così come, sull'altro versante è ormai anacronistico e fuori dalla reatà politica contemporanea il mantenere in vita un gruppo che è il fantasma del  Popolare Europeo.

     

    | Commenti ed opinioni


    Dunque, la signora Veronica è riuscita a bloccare l’ingresso in massa delle veline – addestrate nei mesi scorsi nella scuola da campo allestita appositamente a Palazzo Grazioli – nelle liste Pdl per le europee.
    La cosa in sé non meriterebbe attenzione politica alcuna. Ma l’arma usata dalla signora Berlusconi invece no, quella sua dichiarazione fornita alla agenzie la sera del 28 aprile scorso, al di là dei possibili risvolti familiari, ha rilievo politico. Non foss’altro perché ha rotto un silenzio colpevole e ambiguo che accompagna da troppo tempo il degrado morale che sta producendo la disinvoltura del linguaggio e dei comportamenti del nostro presidente del consiglio.
    Sorvolo sul gossip e su ciò che riferiscono quanti gli sono più prossimi per ragioni politiche e professionali, basta fermarsi ad alcune delle spavalderie affiorate nelle cronache dei giornali in questi anni. Bastano e avanzano per dire che «in nessun altro paese…». Pensiamo solo alla reazione esplosa negli Stati Uniti al tempo di uno scandalo che coinvolse il presidente Clinton. Si può sorridere una volta, due volte di fronte a tanto «ciarpame senza pudore», poi basta però. Poiché, come ha scritto la signora Berlusconi «quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne», aggiungendo «tutto questo a sostegno dell’imperatore» (del resto lui stesso in una intercettazione in cui si parlava sempre di veline e di vallette disse al suo interlocutore «lo faccia per tenere alto il morale del capo»). Parole, quelle della signora Veronica, che avremmo letto volentieri in qualche editoriale di Avvenire solitamente così attento alle contraddizioni della sinistra.
    (Continua)
    | Commenti ed opinioni


     Questo 25 aprile è diverso, almeno da quelli degli ultimi anni. Oggi lo celebrano con articoli, uno fianco all’altro sul nuovo giornale di Sansonetti, Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti. Il presidente del consiglio poi, a settantatré anni di età, dopo sessantaquattro anni dall’evento e quindici dalla sua “discesa in campo”, sarà anche lui presente in un paio di celebrazioni. Ma a me paiono ancora più importanti le cose dette dal capo dello stato in questi giorni, che hanno dato un colpo decisivo al clima di relativismo storico che da qualche anno accompagna la memoria della Resistenza.

    Come se si trattasse di pesare torti e ragioni degli uni e degli altri, frammentando la lotta di liberazione – evento unitario – in tanti episodi di violenza più o meno banditesca e più o meno laterale alla guerra fra grandi eserciti. E come se si dovesse ridurre il tutto a una contabilità dei morti di una parte e dell’altra, perlopiù di giovani comunque animati da ideali tutti ugualmente apprezzabili, per cui è giusto che ognuno commemori i “suoi” e tutti insieme ricordiamo la seconda guerra mondiale come si fa per ogni tipo di guerra, con convegni affidati agli storici. Eh no, ha detto il capo dello stato, è ora di finirla con lo «svalutare e diffamare l’esperienza partigiana», perché «piaccia o no» la lotta partigiana ha dato la libertà e la dignità al paese. L’evento resistenziale è stato un evento nazionale, la insurrezione di un popolo, una ribellione che ha legato gli italiani del sud a quelli del nord: da Cefalonia alle quattro giornate di Napoli, a Via Rasella a Roma, alle stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Montefiorino, Monchio, Cervarolo, agli scioperi generali e alle insurrezioni popolari di Genova, Torino e Milano. Ma non furono singoli episodi separati, fu movimento politico e militare insieme, l’esplosione della reazione di un popolo umiliato dal fascismo e dall’occupante nazista.
    Certo dall’altra parte insieme all’esercito straniero c’erano altri italiani che cercarono di difendere il regime e l’occupante, ci furono vittime colpevoli e innocenti, altri italiani che pagarono il costo di una guerra che fu anche guerra civile, e meritano il massimo rispetto umano, ma, coma ha detto il presidente della repubblica «una cosa è l’umana compassione che va tributata a chiunque è caduto per ciò in cui credeva, ma non vi può essere dubbio sul fatto che solo grazie alla Resistenza al nazismo l’Italia ha riconquistato la libertà ed è diventata, dopo vent’anni di fascismo, il paese democratico che è oggi». Parole chiare e doverose, che cancellano una insistente “marmellata storicante” che negli anni recenti ha preteso spezzare il legame genetico fra la Resistenza, la libertà conquistata e la Carta costituzionale. La quale non è un “rottame bellico” ma la pietra angolare che regge l’edificio democratico italiano.

    Fa piacere, dunque, che il presidente della camera attraverso un percorso non facile ma coerente sia riuscito ad approdare a una solida adesione allo spirito e alla struttura della Carta, e da lì a risalire alla sua fonte politica che non ha potuto non rinvenire che nella Resistenza. Gianfranco Fini, ultimo rappresentante dell’asse ereditario proveniente dal fascismo, è riuscito infatti a guadagnare un’indiscussa credibilità democratica proprio attraverso la conquista culturale dello spirito di quella Carta costituzionale geneticamente antifascista.

    Il percorso di Berlusconi è stato invece diverso. Non avendo egli infatti alcuna ascendenza politica, non si è mai sentito investito dallo spirito antifascista della Costituzione. Se ne è sentito semplicemente estraneo, come si è sempre sentito di fatto estraneo alla cultura liberaldemocratica delle forze politiche popolari e antifasciste. La sua identità politica è stata fin dall’inizio una identità “di superficie”, dell’hic et nunc della storia e, per questo, si è spesso mostrato insofferente rispetto alle vocazioni e alle celebrazioni delle radici storiche della nostra democrazia.

    È fondamentalmente questa la ragione – oltre alla volontà di non crearsi problemi nella propria coalizione politica – per cui non ha mai partecipato prima a una celebrazione del 25 aprile. Lo fa oggi, sia perché la posizione di Fini lo libera da problemi politici domestici, sia perché forte della popolarità acquisita in Abruzzo sente di potersi inserire con successo in uno spazio politico fino ad ora ignorato. È bene che ciò sia avvenuto, non c’è dubbio. Non mi pare che gli si debba chiedere di più. Il “di più”, cioè il senso storico vero di questa giornata l’hanno custodito per fortuna, a nome di tutti gli italiani, in modo eccelso tutti i capi dello stato della nostra repubblica e, lo ha autorevolmente ricordato in spirito di verità Giorgio Napolitano.

     

    | Commenti ed opinioni


     

     

    Ancora un'alba sul mondo:

    altra luce, un giorno

    mai vissuto da nessuno,

    ancora qualcuno è nato:

    con occhi e mani

    e sorride.

    (Davide Turoldo)

     

     

     

    Abbiamo accompagnato gli auguri pasquali del 2009 nel ricordo  della Costituzione che ci ancora a saldi principi di civiltà. Il testo poetico di padre Davide è un testo di speranza, di speranza cristiana. Forzatamente non lo abbiamo adottato per difendere la nostra Carta fondamentale. La Costituzione rappresentò l’alba della Democrazia, la speranza di un’Italia diversa,. La redazione e la promulgazione della Costituzione è stato un risultato miracoloso e mirabile, perché al Popolo  sono stati donati riferimenti  e valori validi di tutela dei diritti che di coniugano a doveri nel rispetto dei principi  della libertà, dell’uguaglianza; e della solidarietà; una Carta che  garantisce il funzionamento equilibrato e distribuito della Repubblica con la logica  dell’attribuzione di poteri esercitati “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

    Essa è “un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato”(Dossetti), , essa porta l’impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”. La Costituzione, infatti, evoca, con sguardo antiveggente, un costituzionalismo mondiale attraverso la “finestra” (così la definì Calamandrei) dell’articolo 11.

    Onida nel testo che riproduciamo, magistralmente, ci guida ancora  a scoprire questo tesoro (incompreso, spesso, colpevolmente, ignorato o, peggio, non conosciuto) a farci amare la Costituzio, a scoprirne le potenzialità e a difenderla tenacente dai predoni, che, violandola, vorrebbero depotenziarla o peggio distruggerla, E’ sempre attuare l’appello di Dossetti a vigilare e all’impegno per diffonderne i valori

    | Commenti ed opinioni




    Venerdì prossimo, 3 aprile, le Acli marchigiane hanno organizzato un incontro  - seminario sul tema :“Crisi economica e suoi effetti  sulle Marche[i]. Parteciperanno a questo incontro (sala Raffaello – Palazzo della Giunta): docenti universitari, politici, amministratori, dirigenti regionali, sindacalisti. Il tema è complesso, il rischio della “dispersione” è possibile. Il tempo disponibile non è molto (non si può andare oltre le tre ore, iniziando puntualmente alle 16,00), gli interlocutori, tutti altamente qualificati e “decisori”[ii]. La dirigenza delle Acli, nell’organizzare l’incontro, vuole “capire” essere aiutata a trovare le “chiavi” interpretative delle dinamiche della crisi, i costi da pagare come regione e territori, i rischi che si corrono, in termini di disoccupazione, d’impoverimento assoluto e relativo, gli scenari ipotizzabili. Questo perché un’associazione come le Acli ha un compito educativo: conoscere per informare e soprattutto aiutare le persone con le quali lavora, conoscere per partecipare, conoscere per “proporre.

    | Commenti ed opinioni




    Gli articoli da 70 a 82 della nostra Costituzione regolamentano “La formazione delle leggi”, descrivendo un tipico modello parlamentare. Oggi, invece, si sta costruendo un meccanismo che risponda ad una visione sempre più leaderistica ( aziendalistica?), che vorrebbe unificare in un solo punto, il governo e il suo capo, la scelta dei bisogni da soddisfare e degli strumenti da utilizzare. A questa scelta non si possono frapporre ostacoli, e quindi si  aggirano, aumentando i decreti legge, e si superano le eventuali complicazioni parlamentari con la fiducia, per la necessità, si sostiene, di fare fronte alle emergenze. Così l’emergenza della sicurezza impone un primo decreto immediato, al quale ne sta seguendo un altro, con l’introduzione di un primo abbozzo di Stato di polizia. All’emergenza rifiuti si risponde con il commissariamento dei comuni riottosi e la previsione di pene draconiane per chi abbandona in strada rifiuti, ma soltanto se lo fa in Campania. All’emergenza scuola si pone rimedio  con un devastante intervento “al risparmio”, che scardina un modello invidiabile. All’emergenza Alitalia si fa fronte, oltre che con uno strisciante e poderoso aumento dell’intervento finanziario pubblico, con una modifica allucinante delle procedure fallimentari. All’emergenza giustizia si cerca di rispondere “normalizzando” la magistratura –non solo ordinaria, ma anche, assai di recente, amministrativa e contabile,trasferendo poteri dai vari Consigli direttivi (tipo CSM) ai Presidenti dei due organi- e limitando comunque l’ambito (o il pericolo) del suo intervento, con la creazione  di impunità funzionali.

    E la Costituzione? Sempre più sullo sfondo. Tanto prima o poi si sarà anche una emergenza Corte Costituzionale. O no?

    | Commenti ed opinioni








     

    Carissimo Stefano,

     Con molta lealtà e amicizia, non riesco a capire la condotta della CISL (o del tuo Segretario Generale). Un comportamento strano e per me, iscritto al sindacato, sconcertante. In una situazione di grave crisi, con un Governo che persegue una politica antisindacale e discriminatoria, che usa spregiudicatamente e senza pudore l’arma del ricatto, Bonanni si fa protagonista della rottura della solidarietà sindacale, accettando un incontro nella reggia del Principe. Sotto troverai un articolo di Susanna Camusso, Segreteria Confederale CGIL Nazionale, Dipartimento Settori Produttivi, pubblicato oggi sulla newsletter Aprileonline. La sindacalista è una dirigente della Cgil e userà pure accenti di parte, ma ho trovato le sue argomentazioni convincenti. Siccome penso che il tema delle scelte sindacali abbia, oggi, una grande rilevanza politica per lo stesso destino democratico di questo Paese (quello che mi tranquillizza è lo scudo dell'Europa), gradirei un tuo contributo per l’apertura di un confronto che ci faccia capire dove stiamo andando. Un grazie e un caro saluto Mimmo Valenza

    | Commenti ed opinioni











    Sull'ultimo numero di
    Aesse, la rivista delle ACLI, l'editoriale del presidente Olivero sulla direttiva europea sugli orari di lavoro settimanali. La copertina dedicata agli operai: "Ci sono ancora le tute blu?"

    | Commenti ed opinioni














    Analisi del voto | Commenti ed opinioni


    L'aspetto di carattere culturale del risultato elettorale del 14 aprile: c’è una mutazione tra gli elettori: sempre più interessati al tornaconto personale, alla difesa di sicurezze e privilegi, ostili verso gli altri, “secolarizzati” dietro alle apparenze del devozionismo o dei culti celtici. Anche per questo il voto cattolico è “esploso” in tutte le direzioni, come notava Marco Tosatti già il 13 aprile; ma certo, con la sua paura del cambiamento, ha molto contribuito al successo leghista (Franco Garelli, La Stampa, 16 aprile).
    Don Paolo Farinella ha scritto: «Il popolo ha scelto. Ne prendo atto. Ammetto la sconfitta elettorale e politica, ma non posso cedere alla sconfitta morale perché nemmeno il voto plebiscitario è fondamento di verità… I cattolici o più in generale i cristiani hanno consegnato a mani giunte il loro senso del “bene comune” e la loro strutturale solidarietà alla xenofobia e al particolarismo della Lega».
    Civiltà cattolica rilancia l’appello del cardinale Bagnasco: «Vorremmo che all’indomani del voto ci fosse una spinta convergente, nel rispetto dei ruoli che il corpo elettorale vorrà assegnare, per affrontare queste situazioni… dobbiamo uscire dall’individualismo, dal pensare egoisticamente soltanto a se stessi e alla propria categoria nella dimenticanza di tutti gli altri… occorre che il personale politico abbandoni una politica troppo politicizzata, per restituire a essa uno spessore etico che solo può fare da collante». Ma, se davvero si voleva questo, non si capisce perché si sia resa difficile la vita a Prodi… I cittadini che pensano democratico non hanno molto di cui rallegrarsi in questi giorni; ma anche i cittadini cattolici (per fede, non per interessi o tradizione) hanno molte ragioni per cui preoccuparsi.
    | Commenti ed opinioni






    1.       Il Presidente della Repubblica scioglie il Parlamento. Il Consiglio dei Ministri convoca i comizi elettorali e fissa, per il 13 Aprile,  la data delle elezioni. Si va a votare con la vecchia legge elettorale, dopo averne, tutti, anche quelli che l’hanno, nella scorsa legislatura,  deprecata. Avremo ancora la frammentazione della rappresentanza parlamentare, sarà tolto agli elettori il diritto di indicare le preferenze, andremo ancora al voto con le quote grigie , cioè con i vincoli costituzionali di 25 – 40 anni per poter essere eletti [i].  E soprattutto si va votare in un congiuntura economica delicata, quando il Governo Prodi, dopo aver superato indenne la votazione sulla Finanziaria 2008, stava predisponendo alcune misure che potevano alleviare le difficoltà delle famiglie e delle classi meno agiate e stava dando esecuzione al pacchetto welfare, frutto dell’accordo sindacale, pleblicitariamente votato da oltre cinque milioni di lavoratori.  | Commenti ed opinioni




    1,Non so quale sia il vostro stato d’animo. Mentre scrivo questa nota, ricevo nel mio telefonino una sms dell’ANSA che Mastella comunica di uscire dalla maggioranza. No se essere preoccupato dell’immancabile crisi di governo o di essere contento di un’ambiguità in meno. Questo Paese è messo a dura prova. Il bubbone dell’immondizia campana, un sistema politico blocato dai veti e instabile,lo spettacolo squallido offerto dalla classe politica (Berlusconi avvocato dei suoi interessi, Cuffaro condannato per aver favorito mafiosi, Mastella e famiglia accusati di uso clientilare del potere) , la crisi delle borse che mettono a rischio i risparmi delle famiglie , gravate spesso dal peso dei mutui (fonte, la recente rapporto della Banca d’Italia: l'aggravio, poi, «risulta maggiore per le famiglie con i redditi più bassi, caratterizzate da un'incidenza della rata sul reddito mediamente più elevata» ), l’aumento della povertà, le disuguaglianze che si accrescono, le morti sul lavoro intristiscono le cronache quotiane. In questa situazione non può non diminuire la fiducia nelle istituzioni. Secondo il rapporto annuale dell’Eurispes cala la fiducia nel Governo (dal 30,7% al 25,1%): sono soprattutto i giovani a mostrare maggiore sfiducia. Per area geografica sono il Sud e le Isole a fidarsi di meno. In discesa verticale la fiducia nel Parlamento: il 75,3% ha poca (46,6%) o nessuna fiducia (28,7 per cento). In particolare ad avere una più accentuata sfiducia nei confronti delle istituzioni sono gli uomini. La magistratura vede poi più della metà dei cittadini sfiduciati (53,6%). e continua a essere oggetto della diffidenza della maggioranza. Nei partiti ripone fiducia solo il 14,1% degli italiani. Bassi consensi sia per la politica, sia per l'antipolitica, che comunque ottiene risultati migliori: Beppe Grillo e Nanni Moretti raccolgono più consensi dei politici, con il 21,6% contro il 17 per cento.Se questo è il clima, c’è da temere per il futuro del Paese. (continua)

    | Commenti ed opinioni


    * * *
    informa@agoramarche.it


    * * *
    Questo sito non rappresenta una testata giornalistica,i contenuti non vengono inseriti in modo periodico, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.