Conferenza Nazionale della Famiglia Firenze, 24-26 maggio 2007 Relazione di Alessandro Rosina 1. Sei milioni di figli in meno 2. La bassa fecondità è figlia di molti padri 3. Giovani vite precarie 4. Anziani non autosufficienti 5. Il matrimonio in mutamento 6. L’arcipelago delle convivenze 7. Famiglie che si sciolgono 8. Famiglie che si ricostituiscono 9. Alcune considerazioni finali (ed una provocazione) 1. Sei milioni di figli in meno Parlare di “Famiglia e Generazioni”, significa in primo luogo parlare del “generare”, ovvero del fare figli. A metà anni Sessanta, in pieno baby boom, nascevano nel nostro paese un milione di bambini l’anno. Ora ne facciamo circa 500 mila (si sale attorno a 550 mila con le nascite straniere). In media un figlio ed un terzo per donna. La specificità italiana più che la “bassa fecondità”, è ora la “persistente bassa fecondità”. Siamo infatti uno dei paesi al mondo che da più lungo tempo soffre di accentuata denatalità. Viene quasi da pensare che l’Italia sia caduta vittima di un incantesimo. Facciamo meno figli non solo rispetto agli altri paesi occidentali, ma anche rispetto a quanti sarebbero auspicabili per un adeguato ed equilibrato sviluppo economico e sociale del nostro paese. Se chi ci ha governato negli ultimi decenni avesse avuto la possibilità di decidere quanti figli far fare agli italiani, avrebbe optato per un valore attorno a due. Ma ciò vale anche per le coppie stesse: se si chiede agli italiani quanti figli desidererebbero fare, la media risulta di poco superiore a due (come tutte le indagini confermano). Com’è allora potuto accadere che in questi decenni abbiamo fatto meno figli non solo rispetto agli altri paesi, ma anche rispetto a quanto desiderato a livello micro ed auspicato a livello macro? Chi ci ha impedito di fare quello che avremmo voluto fare (riuscendo in questa impresa meglio di qualsiasi altro paese)? Nessun incantesimo, ovviamente. Abbiamo fatto tutto da soli. “Continuiamo così, facciamoci del male”, direbbe Nanni Moretti. Una frase che evidentemente ritrae bene il modello di sviluppo italiano negli ultimi decenni, sotto molti punti di vista. Proprio quest’anno celebriamo il trentennale dalla discesa della fecondità italiana sotto la soglia fatidica dei 2 figli per donna. Correva l’anno 1977 ed in Italia nascevano circa 800 mila bambini. Cosa sarebbe successo se fossimo rimasti attorno a tale livello? Il conto è presto fatto: nell’ipotetica situazione di mantenimento fino ad oggi di tale produzione annua di figli, ci sarebbero adesso nel nostro paese circa 6 milioni di figli in più1. Questo è l’ordine di grandezza del numero di bambini che l’incantesimo, nel quale siamo caduti negli ultimi trent’anni, ha fatto sparire. Vale a dire che, in un mondo ideale nel quale si fanno tanti figli quanti le persone desiderano e quanto auspicato a livello di sviluppo sociale ed economico, avremmo avuto 6 milioni di bambini in più. In realtà quasi nessun paese occidentale ha mantenuto negli ultimi trent’anni un livello di fecondità media attorno ai due figli. Ma l’Italia è tra i paesi che più si sono allontanati da tale situazione ideale. E’ vero anche che nel frattempo abbiamo compensato il deficit di natalità “accogliendo immigrati”, ma negli ultimi trent’anni ciò è avvenuto ancor di più negli altri grandi paesi europei. I termini relativi della questione quindi non cambiano. Come conseguenza dell’accentuata denatalità conosceremo nei prossimi decenni uno svuotamento della popolazione in età lavorativa maggiore rispetto agli altri paesi. Da qui al 2040 avremo in particolare 7 milioni di anziani in più e 7 milioni di persone in età lavorativa in meno. Il rapporto tra anziani pensionati e persone occupate è destinato a diventare uno dei peggiori al mondo. Con implicazioni negative rilevanti, come documentato da recenti ricerche Ocse, in termini di crescita economica e di benessere individuale2. 2. La bassa fecondità è figlia di molti padri Più che altrove gli italiani si fermano al figlio unico. Questo non significa che la maggior parte delle coppie italiane si limiti ad avere un solo figlio: prevale ancora nel nostro paese la famiglia con due bambini. E’ vero però che, rispetto agli altri paesi, il numero di coppie italiane con un solo figlio tende ad essere relativamente maggiore, anche a parità di fecondità finale. I dati sui comportamenti riproduttivi risultano inoltre coerenti con quelli relativi alle intenzioni (Fig. 1). Risultato che fa sospettare come, accanto ai fattori di tipo strutturale ed economico, ci possa essere negli italiani anche un atteggiamento maggiormente accondiscendente verso il fermarsi al figlio unico. Una interpretazione di ordine culturale molto citata è quella del paradosso che in “Italia si fanno pochi figli perché gli si vuole troppo bene”3. Il modo di essere famiglia e di intendere i legami familiari è per alcuni importanti aspetti diverso rispetto a quanto vale in altre aree del mondo occidentale. Esistono differenze antropologicamente radicate, come messo in luce da vari recenti studi4. In particolare, più forte ed intenso risulta il rapporto tra genitori e figli. Ciò porterebbe più facilmente i genitori italiani a considerare i figli quasi come un proprio prolungamento, e a considerare i loro insuccessi come propri fallimenti. A sacrificarsi di più per quello che considerano il loro bene, e per migliorare il loro destino sociale. Tenderebbero quindi ad avere meno figli per “non fargli mancare nulla”. Oltre alla bassa fecondità, ciò in parte spiegherebbe anche la maggior disponibilità ad ospitarli a lungo nella famiglia di origine, ed il continuo interscambio affettivo e strumentale anche dopo l’uscita dalla casa dei genitori. 1 Un calcolo più rigoroso andrebbe fatto non tenendo fisse le 800 mila nascite del 1977 (anno in cui il numero medio di figli per donna è sceso sotto la soglia dei due), ma mantenendo fisso il tasso di fecondità totale pari a due dal 1977 ad oggi. L’esercizio contabile effettuato esprime comunque l’ordine di grandezza delle nascite “mancate”. 2 “Ageing on this scale would place substantial pressures on public finances and reduce growth in living standards. For instance, on the basis of unchanged participation patterns and productivity growth, the growth of GDP per capita in the OECD area would decline to around 1.7 % per year over the next three decades, about 30% less than its rate between 1970 and 2000” (OECD, Live Longer, Work Longer, OECD Publishing, Paris, pg. 9, 2006). 3 Suggerita e sviluppata in particolare in alcuni lavori di Rossella Palomba e di Gianpiero Dalla Zuanna. 4 Si veda ad esempio quelli raccolti in G. Dalla Zuanna e G. Micheli (a cura di), Strong family and low fertility: a paradox?, Kluwer Academic Press, Dordrecht, 2004. Fig. 1 - Intenzioni sul numero di figli. Donne ancora senza figli, età 18-39. Anno 2005 010203040506001234+01234+ ItaliaEU15DonneUomini Fonte: elaborazioni da Eurobarometro. Fig. 2 - Tasso di rischio di povertà (soglia pari cut-off al 60% del reddito equivalente mediano dopo i trasferimenti sociali) per alcune tipologie familiari. Anno 2001. 0102030405060PortogalloItaliaIrlandaSpagnaRegno UnitoGreciaFranciaLussemburgoAustriaGermaniaPaesi BassiDanimarcaSveziaBelgioFinlandia2 adulti, 2 bambini2 adulti, 3 o più bambini Fonte: Eurostat. A. Rosina, F. Billari, M. Livi Bacci, “Famiglia e figli”, in Fondazione Giovanni Agnelli e GCD-SIS (eds), Generazioni, famiglie, migrazioni. Pensando all’Italia di domani, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2006. Questa propensione particolare dei genitori italiani ad assumere un ruolo particolarmente protettivo e propulsivo nei confronti dei figli e del loro destino sociale, va letta congiuntamente alle specificità del sistema di welfare che caratterizza il nostro paese. Le carenze in termini di aiuti pubblici rendono infatti irrinunciabile per i giovani il sostegno di padri e madri. Il fatto che la famiglia sia da sempre l’unico vero “ammortizzatore sociale”, aumenta infatti la loro dipendenza dai genitori e fa rivestire ai genitori un ruolo cruciale nel proteggerli dai rischi e nell’aiutarli a cogliere le migliori opportunità nella costruzione del proprio futuro. La particolare combinazione tra welfare pubblico carente e alto valore dato dai genitori ai figli, favorisce, secondo questa lettura interpretativa, una esasperata riduzione della “quantità” a favore della “qualità”. Al di là degli aspetti di tipo culturale, è in ogni caso ben vero che il nostro paese è tra quelli nei quali è economicamente più penalizzante avere figli. La quota di spesa per protezione sociale che va alla famiglia è una delle più basse (meno della metà della media europea), ed il rischio di povertà delle famiglie con figli (soprattutto oltre il secondo) è uno dei più elevati (Fig. 2). I minori aiuti pubblici non sono però disgiunti da aspetti culturali: dove si investe di più sulle famiglie, i figli sono maggiormente considerati un valore sociale e meno un bene privato. A mantenere inoltre bassa la fecondità è la difficoltà di conciliazione in Italia tra occupazione femminile e famiglia. Il nostro paese presenta nel quadro dei paesi occidentali, una particolare combinazione di bassi livelli del numero di figli per donna e di bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Conciliazione più difficile rispetto agli altri paesi per la minor presenza sul territorio di servizi di cura per l’infanzia, per la minor possibilità di ricorrere al part-time e ad usare in modo flessibile l’orario di lavoro, ma anche per la minor condivisione maschile dei compiti di cura e delle attività domestiche e familiari. Tra i fattori che mantengono bassa la fecondità vanno aggiunte, infine, anche le crescenti difficoltà dei giovani nel diventare autonomi e formare una propria famiglia. Tema a cui è specificamente dedicato il paragrafo che segue. 3. Giovani vite precarie Un altro aspetto particolare della situazione italiana è la tarda uscita dei giovani dalla casa dei genitori. Gli italiani fanno pochi figli, ma i figli rimangono figli più a lungo. Nei paesi scandinavi la maggioranza dei giovani esce dalla casa dei genitori poco dopo il raggiungimento della maggiore età. In gran parte d’Europa, all’età di 25 anni sono già la minoranza quelli che non hanno ancora conquistato una propria autonomia. Nel nostro paese, invece, oramai la norma è rimanere a vivere con i genitori fin oltre i 30 anni. Strettamente collegata alla lunga permanenza dei giovani nella famiglia di origine è la bassa quota di giovani che “hanno messo su casa”. L’Italia è, all’interno dell’UE15, il paese con la quota più bassa di giovani che vivono in coppia (Fig. 3). Poco più di dieci anni fa nella fascia d’età 25-35 erano oltre la metà le donne in coppia con figli, ora sono a malapena una su tre. Per gli uomini si è passati da un terzo ad un quinto. La tardiva età di conquista di una propria autonomia e di inizio formazione di una propria famiglia riducono i margini di realizzazione dei desideri riproduttivi, e formano un quadro coerente con la persistente bassa fecondità. Anche le cause delle lunga permanenza dei giovani italiani nella famiglia di origine rimandano ad un complesso mix di aspetti culturali da un lato e di fattori strutturali ed economici dall’altro. Come abbiamo già avuto modo di dire, il rapporto tra genitori e figli ha una natura diversa nell’Europa mediterranea rispetto agli altri paesi occidentali. Si dà, in particolare, molta più importanza alla solidarietà tra membri della stessa famiglia, in tutte le fasi della vita. Non solo si rimane quindi più a lungo a vivere con i genitori, ma una volta usciti, più che altrove si tende a stabilire la propria dimora in prossimità della famiglia di origine, mantenendo un intenso e continuativo flusso di contatti e di mutuo sostegno. Come vari studi hanno messo in evidenza, i legami familiari intergenerazionali tendono invece ad essere più deboli nell’Europa nord- occidentale. Fig. 3 - Donne di età 18-34 anni che vivono in coppia. Confronto tra paesi europei. Fonte: Elaborazione da First European Quality of Life Survey. Si veda in particolare: Saraceno C., Olagnero M. “Household structure and family relations”, in European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Quality of Life in Europe, 2004. http://www.eurofound.europa.eu/pubdocs/2004/105/en/1/ef04105en.pdf Questa differenza è importante, perché è strettamente connessa sia al fatto che la società italiana è maggiormente centrata sulla famiglia che sull’individuo, sia al sistema di welfare, maggiormente sviluppato ed incentrato sui diritti e le esigenze dell’individuo nel Nord Europa, ed invece affidato soprattutto alla solidarietà familiare in Italia. Ma più in generale tale legame ha a che fare, in modo più profondo, con la natura stessa della famiglia, il suo significato, ed il ruolo che riveste nella società e per l’individuo stesso. In particolare, i genitori dei paesi dell’Europa Nord-occidentale tendono a trasmettere maggiormente ai figli il valore dell’indipendenza, dell’autonomia, dell’importanza di imparare a cavarsela da soli, del crescere e maturare affrontando le sfide della vita. Tutto ciò è coerente con la formazione di persone che devono prepararsi a vivere in una società che dà maggior enfasi al ruolo dell’individuo. I giovani tendono quindi ad uscire relativamente presto dalla casa dei genitori, ed usualmente molto prima rispetto al momento della formazione di una propria famiglia. Viceversa, i genitori italiani, e più in generale mediterranei, tendono soprattutto ad investire molto sui figli, sia materialmente che affettivamente, a trasmettere l’importanza della famiglia e della solidarietà intergenerazionali, costruendo solide e durature relazioni emotive. Tutto ciò coerentemente con una società nella quale tale legame è anche l’asse portante del sistema di welfare, maggiormente basato in Italia, appunto, sulle reti di aiuto informale. La maggiore “protettività” e prossimità affettiva dei genitori italiani verso i figli tende a favorire la permanenza nella famiglia di origine finché non sono realizzate le condizioni per un’uscita “solida”. Fino a pochi anni fa la situazione tipica era quella dell’uscita, direttamente per matrimonio, dopo aver concluso gli studi, aver trovato un lavoro sicuro, e poter disporre di una casa di proprietà. Vedere i “figli sistemati” è, del resto, sempre stata la preoccupazione maggiore dei genitori mediterranei. Ma queste considerazioni non vanno disgiunte dal fatto che in Italia, come abbiamo già detto, proprio per i limiti del sistema di protezione sociale, il destino sociale dei figli è sempre dipeso molto dall’investimento dei genitori su di essi. Ma oltre agli aspetti culturali e alle carenze del welfare pubblico, esistono anche importanti fattori di ordine strutturale ed economico che incidono negativamente sulla possibilità dei giovani italiani di conquistare, in età precoce, una propria autonomia. Alcuni di tali aspetti sono inoltre peggiorati sensibilmente nel tempo. Va considerato, ad esempio, che negli altri paesi occidentali, molti giovani 010203040506070ItaliaIrlandaEU25SpagnaAustriaEU15PortogalloPaesi BassiSveziaBelgioFranciaDanimarcaFinlandiaGermaniaGreciaUKCon figliSenza figli 5 La stessa riforma universitaria del 3+2, anziché accelerare i tempi di uscita dei giovani dal sistema universitario, sembra averne allungato la permanenza. iniziano a sperimentare una propria indipendenza già durante gli studi universitari, andando a vivere nei campus dei grandi Atenei. La distribuzione capillare delle università sul territorio italiano consente invece a molti studenti di frequentare i corsi rimanendo a vivere con i genitori5. Legata alla lunga permanenza nella famiglia di origine è anche la bassa occupazione dei giovani italiani. Nella fascia tra i 25 ed i 30 anni hanno un lavoro tre persone su quattro negli altri grandi paesi europei, mentre ci si ferma a poco più dei due terzi in Italia. La differenza tra occupazione giovanile ed adulta è una delle più alte del mondo occidentale. Per chi poi un lavoro ce l’ha, i salari risultano mediamente più bassi rispetto ai coetanei inglesi, tedeschi, francesi, ed anche spagnoli. Alcuni studi di ricercatori della Banca d’Italia mostrano come in un quadro generale di moderazioni salariale, le retribuzioni medie nette mensili si sono maggiormente ridotte negli ultimi quindici anni soprattutto per i giovani lavoratori. E ciò vale per tutti i livelli di istruzione e a parità di composizione settoriale, Il mercato del lavoro richiede anche sempre di più la disponibilità di spostarsi sul territorio per cogliere le migliori opportunità occupazionali. Ciò significa spesso allontanarsi dalla famiglia di origine ed iniziare quindi una vita autonoma. Rispetto però ad altri paesi, il sistema di protezione sociale è meno generoso (si è meno aiutati nelle fasi “scoperte” di passaggio da un lavoro all’altro), il mercato è meno dinamico (quindi meno facile trovare un nuovo lavoro), gli affitti relativamente più onerosi. In sintesi, chi è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni si è trovato di fronte ad un aumento dell’instabilità occupazionale, ad una maggiore necessità di mobilità sul territorio, ad una diminuzione relativa dei salari di ingresso, e ad un aumento del costo degli affitti. In questa situazione sono molti i giovani che dopo un periodo di lavoro ed autonomia fanno marcia indietro e tornano a vivere con i genitori. Si tratta di una condizione che crea frustrazione, senso di impotenza, e perdita di fiducia nella possibilità di costruire un proprio futuro. Se i nuovi tipi di contratto, inseriti con le recenti riforme del mercato del lavoro, hanno aumentato le possibilità di occupazione, in assenza di adeguati “ammortizzatori sociali” hanno anche allungato i tempi per il raggiungimento di una stabilizzazione che consenta di progettare un proprio futuro e formare una propria famiglia. E’ del resto coerente con un aumento negli ultimi anni del peso dei fattori economici sull’ulteriore posticipazione dell’uscita dai giovani della casa dai genitori, il superamento storico del Sud rispetto al Nord del paese. Da sempre a rimanere più a lungo a vivere nella famiglia di origine erano soprattutto i giovani dell’Italia settentrionale. Negli ultimi anni si è prodotta invece, da questo punto di vista, un’inversione epocale. Ancora nel 1998, secondo i dati raccolti dall’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali”, a 30-34 anni vivevano ancora con i genitori il 33% dei giovani uomini del Nord ed il 31% del Mezzogiorno (per le donne rispettivamente il 17,5% ed il 15%). Cinque anni dopo (indagine a fine 2003) la situazione appare rovesciata: vive con i genitori il 36% dei maschi al Nord ed il 43% al Sud (per le donne rispettivamente 20% e 24%). E’ stato detto che “protetti dal welfare si può osare di più”. La minore protezione sociale di cui godono i giovani fa percepire come più elevati, a parità di altre condizioni, i rischi di uscita nell’area mediterranea. Ciò significa anche che in molti casi si rinuncia ad un lavoro instabile, preferendo attendere opportunità (quantomeno un po’) migliori rimanendo disoccupati nella famiglia di origine (Fig. 4). La mancanza di adeguati ammortizzatori sociali contribuisce quindi a rendere meno dinamico il mercato e relativamente bassa l’occupazione, e penalizza quindi nel complesso lo sviluppo economico e sociale del paese. Va infine anche segnalato come un modello di welfare, come quello italiano, che affida quasi esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto ai giovani in difficoltà si riveli essere fortemente iniquo. Sono infatti svantaggiati i giovani che provengono da famiglie con status socio- culturale più basso e minori risorse economiche. Fig. 4 - Percentuale di giovani (16-30 anni) disoccupati che vivono con i genitori 010203040506070809NetherlandsDenmarkFinlandSwedenGermanyUKFranceBelgiumGreecePortugalIrelandSpainItaly Fonte: ECHP/NSS; Vogel 2002. Ma se l’Italia è un paese che finora ha scarsamente investito sui giovani (e quindi anche sul proprio futuro), tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare nei prossimi anni. Il crescente invecchiamento è destinato ad assorbire risorse (per previdenza e salute pubblica) all’interno di una spesa sociale già eccessivamente sbilanciata a favore delle generazioni più anziane, e quindi a comprimere le possibilità di investimento e protezione dai rischi verso le più giovani. Ad aggravare ulteriormente il quadro è il fatto che la classe dirigente italiana, specialmente quella politica (ma non solo, si pensi ad esempio anche ai docenti universitari), è già attualmente connotata da un’età media particolarmente elevata. L’invecchiamento rischia di accentuare questo aspetto (e quindi i rischi di gerontocrazia). L’elettorato giovanile è del resto destinato ad avere un peso sempre meno rilevante nei prossimi decenni, e quindi l’agenda politica ad essere maggiormente sensibile alle istanze e necessità del crescente elettorato anziano. Tutto ciò solleva la questione di come potrà evolversi il sistema di rischi ed opportunità dei giovani in una società di anziani (nei prossimi 20 anni gli over 50 diventeranno maggioritari), del tutto inedita nella storia dell’umanità. Ciò impone una riflessione sui meccanismi di rappresentanza politica e di ricambio generazionale in uno scenario nel quale i rapporti di forza tra le generazioni sono destinati a mutare profondamente. In particolare, il nostro paese sarà quello che per primo sperimenterà il sorpasso della fascia di elettorato più anziana (65 ed oltre) su quella più giovane (under 35). Evento che si sta producendo proprio in questi anni. Il divario tra tali due fasce di età è inoltre destinato nei prossimi decenni ad accentuarsi ancor più che altrove. Se attualmente la situazione è ancora di sostanziale equilibrio, entro il 2020 l’elettorato under 35 si troverà con oltre tre milioni di unità in meno rispetto a quello di 65 anni e più. Se si abbassasse a 16 anni il diritto al voto, la differenza - sempre in corrispondenza del 2020 - rimarrebbe comunque sopra i due milioni, compensando quindi solo parzialmente il divario. Se poi ci si sposta più avanti nel tempo lo squilibrio generazionale diventa imponente: se oggi il voto dei giovani ha lo stesso peso di quello degli anziani, da qui al 2045 il peso dei primi si ridurrà ad essere la metà di quello dei secondi. L’impatto delle dinamiche demografiche sarà tale che anche l’aver abbassato a 16 anni l’età al voto produrrà un’incidenza molto modesta sul divario complessivo (Fig. 5). I dati implacabili del processo di invecchiamento in atto fanno ben capire come la scelta di far scendere a 16 anni l’età degli elettori possa avere un effetto apprezzabile solo nel breve periodo. Dato però che le elezioni sempre più spesso si vincono per pochi voti, la decisione di dare più peso 6 “ Nei confronti con altri paesi sviluppati, non solo la quota di ultra65enni e l’indice di dipendenza degli anziani sono sensibilmente più elevati per l’Italia, ma anche gli indici di ricambio stanno ad indicare un futuro a breve di ulteriore più rapido invecchiamento sia della popolazione in età lavorativa, sia per le donne in età feconda” (G. Gesano e A. Golini, “Generazioni e invecchiamento”, in Fondazione Giovanni Agnelli e GCD-SIS (a cura di), Generazioni, famiglie, migrazioni. Pensando all’Italia di domani, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2006). all’elettorato più giovane costringerebbe forse la politica a svecchiarsi e a dedicare maggiore attenzione alle nuove generazioni. Fig. 5 - Percentuale di popolazione in alcune fasce d’età rispetto al totale dell’elettorato 051015202530354045200520102015202020252030203520402045205018-3416-3465 ed oltre Fonte: Rosina A. (2007) “Il peso elettorale dei sedicenni”, www.neodemos.it e www.lavoce.info 4. Anziani non autosufficienti Storicamente la quota di anziani sul totale della popolazione è sempre stata molto bassa (inferiore al 5%). Il continuo miglioramento delle condizioni di salute ha fatto notevolmente aumentare la quota di persone che sopravvivono fino all’età anziana e la durata di permanenza in tale fase della vita. Nel nostro paese l’invecchiamento della popolazione è però ulteriormente accentuato dalla persistente bassa natalità, che riduce il peso delle più giovani generazioni. Più anziani quindi, sia in senso assoluto che in senso relativo. Attualmente in Italia è over 65 una persona su cinque. Tale valore continuerà ad aumentare nei prossimi decenni fino ad arrivare al livello di uno su tre6 (Fig. 6). Una crescita straordinaria, mai sperimentata nella storia passata da popolazioni di entità comparabile. Ma all’interno di una popolazione che invecchia, aumenteranno ancor di più i grandi vecchi. Gli over 80, attorno ai 2,5 milioni al censimento del 2001, sono destinati a triplicarsi entro il 2050 (ovvero 5 milioni in più). Per quanto possano continuare a migliorare le condizioni di salute, una parte comunque molto rilevante dei 5 milioni di ultra80enni in più non sarà in condizione di autosufficienza. In base ad alcune stime il numero di anziani “disabili” è destinato almeno a raddoppiare, su una popolazione italiana totale che invece diminuirà (secondo le più recenti previsioni Istat). Come abbiamo già visto per le famiglie con figli e per i giovani, anche gli aspetti di criticità che riguardano la popolazione anziana interagiscono con le particolarità del sistema di welfare italiano, evidenziandone i limiti. Gli aiuti e l’assistenza agli anziani non autosufficienti vengono forniti tradizionalmente in Italia soprattutto dalla rete familiare, che sopperisce da sempre alle carenze del sistema di welfare. Tutto ciò si associa ad aspetti culturali che caratterizzano il nostro paese, che hanno a che fare anche con la prossimità abitativa tra genitori anziani e figli adulti ed il minore ricovero degli anziani in istituzione. Il ruolo centrale nella rete degli aiuti informali viene 7 L’importanza del fenomeno si può leggere anche indirettamente dalle ricadute che la domanda di assistenza produce sull’immigrazione. La comunità straniera che è cresciuta di più è stata quella delle donne ucraine, aumentata di 12 volte dal 2001 ad oggi (mentre nel complesso gli stranieri sono raddoppiati). tradizionalmente svolto soprattutto dalle donne, in particolare di mezza età (le cosiddette “care givers”). Un sistema di questo tipo è stato favorito da alcuni importanti aspetti di tipo demografico (preponderanza delle donne di mezza età rispetto agli anziani) ed economico (bassa partecipazione delle donne di mezza età al mercato del lavoro). Il rapporto tra non autosufficienti e “care givers” è destinato però ad aumentare notevolmente nei prossimi decenni, perché aumenterà il numeratore (numero di anziani in condizione di disabilità) e diminuirà il denominatore (come conseguenza sia della denatalità che della maggiore occupazione femminile, in forte crescita nelle generazioni più giovani). Diminuirà inoltre verosimilmente anche la prossimità abitativa tra genitori anziani e figli adulti, per la maggiore mobilità che richiede il mercato del lavoro. Ma già attualmente la rete degli aiuti informali sta evidenziato segni di difficoltà. Alcuni recenti dati Istat hanno messo in luce come si siano ridotti negli ultimi anni gli aiuti informali erogati agli anziani, e si siano maggiormente concentrati sulle situazioni di particolare criticità (come la non autosufficienza). L’ulteriore peggioramento del rapporto tra anziani non autosufficienti e care givers, se non sorretto da un adeguato potenziamento da parte del sistema di welfare pubblico, rischia di portare ad una riduzione complessiva degli aiuti verso gli anziani più fragili ed economicamente più svantaggiati (quelli con maggior difficoltà a pagarsi adeguati servizi privati)7. Le famiglie più che essere sostituite nell’aiuto ai loro cari, vorrebbero essere aiutate a reggere un carico sempre più oneroso. Anche su questo aspetto, quindi, diventa (e ancor più diventerà) cruciale la conciliazione tra lavoro femminile e attività di cura familiare (soprattutto verso i genitori anziani). Fig. 6 – Percentuale popolazione di 65 anni e oltre Fonte: Database UNECE. Micheli G.A., Rosina A., “Il lavoro femminile tra due fuochi”, Rivista Internazionale di Scienze Sociali, Ottobre-Dicembre 2006. 5. l matrimonio in mutamento Fino circa a metà anni Sessanta in tutto il mondo occidentale dominava, nel pieno della società industriale, il modello tradizionale di famiglia borghese. L’aggregato domestico tipico era formato 0510152025303540WorldTurkeyIrelandUnited StatesIcelandPolandSlovakiaCanadaHungaryFranceNorwayDenmarkEuropePortugalNetherlandsUnited KingdomFinlandCzech RepublicBelgiumSwedenSloveniaGermanyGreeceSwitzerlandAustriaSpainItaly20052040 8 Con la legge sul divorzio approvata nel 1970 il matrimonio in Italia non è più indissolubile. E’ datata 1971 la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittimo l’articolo del Codice penale che punisce pubblicità e diffusione dei mezzi contraccettivi. Nel 1975 entra in vigore la Riforma del Diritto di Famiglia, in seguito alla quale moglie e marito vengono messi per la prima volta sullo stesso piano in termini di scelte familiari, di successione, di aspetti patrimoniali, di potestà sui figli. Aumentano i diritti dei figli, anche di quelli naturali. da marito operaio, moglie casalinga e presenza di (almeno) due figli. Era una famiglia solidamente basata sul matrimonio, ma anche molto rigida: caratterizzata da rapporti di genere e tra generazioni nei quali dominava la figura del capofamiglia maschile. Indiscussa era la subalternità sociale e giuridica della moglie e dei figli rispetto al marito/padre. A partire dalla metà degli anni Sessanta iniziano però a manifestarsi i primi segnali di una stagione di grandi trasformazioni, che investono anche il modo di fare famiglia, la vita domestica e le relazioni familiari. Il forte aumento della scolarizzazione e le maggiori opportunità di realizzazione lavorativa e professionale, consentono alla popolazione femminile di ottenere progressivamente più importanza nella società. Aumenta anche l’autonomia individuale in ambito etico, religioso e politico. Le giovani generazioni, oltre che sempre meno disposte a limitare la propria libertà, diventano anche meno propense nell’adottare, in età precoce, comportamenti che implichino assunzioni di impegni e responsabilità, con conseguente tendenza ad evitare di fare scelte percepite come irreversibili, o comunque troppo vincolanti. Sulla scia di tali trasformazioni, le relazioni stesse all’interno della famiglia iniziano a cambiare. Comincia ad essere erosa progressivamente la tradizionale subordinazione della moglie e dei figli. Emerge lentamente una nuova figura di padre e marito, caratterizzata da una minor rigidità e da una maggior espressività affettiva. La portata complessiva dei mutamenti è tale da produrre ricadute anche sul versante giuridico8. Dal punto di vista empirico, un segnale evidente dei cambiamenti in atto è la riduzione dei matrimoni, che risulta particolarmente accentuata nella seconda metà degli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta. Il declino prosegue poi sino ai bassi livelli attuali, inferiori alla media europea. La quota di donne che arrivano a 50 anni senza essersi sposate era particolarmente bassa per le nate negli anni Quaranta (sotto il 10%), mentre arriva a superare il 15% per le generazioni più giovani. La rinuncia definitiva al matrimonio, pur in aumento, continua comunque ad interessare una ristretta minoranza della popolazione. Molto più generalizzato è invece il fenomeno del rinvio in più tarda età delle nozze. Se a metà anni Settanta le donne si sposavano mediamente poco dopo i 24 anni e gli uomini poco dopo i 28, trent’anni dopo (ovvero nell’arco del passaggio dalla generazione dei padri a quella dei figli) si è saliti a circa 30 anni per le donne e 33 per gli uomini (Fig. 7). Fig. 7 - Età media al matrimonio (valori e linea di tendenza). Italia. 2022242628303234361950195519601965197019751980198519901995200020052010DonneUomini Fonte: www.demo.istat it. Ma oltre che dal punto quantitativo, il matrimonio cambia anche in termini qualitativi. Sono in particolare in sensibile crescita i matrimoni civili, quelli di cittadini stranieri e le coppie miste. Ancor più è aumentato negli ultimi decenni il numero di coppie che, anche come risposta alla maggiore instabilità coniugale, all’atto del matrimonio scelgono il regime di separazione dei beni. Come recentemente messo in luce da Marzio Barbagli, negli ultimi anni tale scelta è diventata addirittura maggioritaria. Va comunque considerato che, nonostante le importanti trasformazioni in corso, l’atteggiamento nei confronti del matrimonio rimane ampiamente positivo anche nelle più giovani generazioni italiane. Solo una ridotta minoranza (attorno al 20%) lo considera un’istituzione superata. A prevalere finora, con livelli analoghi a quelli osservati negli altri paesi, è la sua posticipazione in età più avanzata. Rimane comunque più bassa nella nostra penisola, rispetto al complesso dei paesi occidentali, la quota di persone che rimangono definitivamente single o che comunque rinunciano a sposarsi. È innegabile però che - nonostante alcune specificità che continuano a caratterizzare il nostro paese (in particolare, come già ricordato, la forza dei legami familiari intergenerazionali) - il modo di fare famiglia e di vivere le relazioni di coppia stia attraversando una fase molto dinamica. 6. L’arcipelago delle convivenze Una delle maggiori discontinuità rispetto al passato, nei percorsi individuali di passaggio alla vita adulta e di formazione della famiglia, è senz’altro il fenomeno delle convivenze giovanili (e delle nascite extranuziali). Sia le convivenze che le nascite fuori dal matrimonio non sono una assoluta novità delle società moderne avanzate. Mentre però nel passato si trattava di condizioni vissute da una parte marginale della popolazione (usualmente quella più disagiata e deprivata) ed erano fortemente stigmatizzate dal contesto sociale, viceversa, oramai in tutto il mondo occidentale la formazione della prima unione in modo informale è diventata negli ultimi decenni molto comune e tale comportamento gode oramai di un ampio consenso sociale. Alla base della diffusione delle unioni informali stanno in larga parte gli stessi fattori che agiscono verso la posticipazione del matrimonio, ovvero l’accentuazione dell’autonomia individuale, l’insofferenza verso varie forme di autorità e di controllo istituzionale, l’aumento dell’importanza attribuita alla realizzazione personale. Tutto ciò porta a non considerare per scontato il “quando” ed il “se” sposarsi. Posticipare il matrimonio e convivere diventano allora scelte coerenti sia con lo svilupparsi di un maggior atteggiamento critico verso il rapporto di coppia, sia con una maggiore importanza assegnata alla valutazione della presenza di requisiti minimi attesi di qualità, oltre che con la verifica delle possibilità di conciliazione delle esigenze reciproche. La scelta di iniziare la prima unione in modo informale è però anche favorita da un aumento del senso di insicurezza: in una società sempre più complessa diventa sempre meno chiaro l’intreccio tra vincoli, opportunità ed implicazioni delle proprie scelte. Inoltre flessibilità e mobilità occupazionale, se da un lato favoriscono la possibilità di conquistare un’autonomia dalla famiglia di origine, dall’altro non forniscono però, soprattutto in mancanza di adeguate misure di protezione sociale (particolarmente carenti, come abbiamo già detto, per i giovani nel nostro paese), quella stabilità psicologica e quella continuità di reddito considerate necessarie per il matrimonio. Recenti ricerche hanno messo in luce come la convivenza possa spesso configurarsi come una “strategia adattiva” in una fase di incertezza occupazionale, ed il passaggio al matrimonio sia favorito da una stabilità lavorativa. 9 Come ha affermato K. Kiernan, una delle più autorevoli studiose inglese del fenomeno, facendo il punto ad un recente convegno su diffusione e caratteristiche delle convivenze in Europa: “In sum, one might conclude that there is not just one but several European perspectives on cohabitation and non-marital childbearing behaviour both in terms of behaviour and public policy responses”. L’intensità del fenomeno, le implicazioni e la combinazione delle cause che ne stanno alla base risultano diverse da paese a paese. Differenze che si ripercuotono anche sul grado di riconoscimento giuridico che le coppie di fatto godono all’interno di ciascuno stato. L’idea di un processo di diffusione e di grandi forze (culturali ed economiche) che ne stanno alla base, ha portato inizialmente vari autori ad ipotizzare un’unica sequenza in varie tappe di trasformazione nei modi di intendere e formare un’unione di coppia e di porre le basi per una nuova famiglia. Secondo tale schema i paesi scandinavi sarebbero quelli più avanzati, viceversa, i paesi dell’Europa meridionale si troverebbero ancora nella fase iniziale. Tra questi due estremi si collocherebbero tutti gli altri paesi occidentali. Si tratta di una lettura che si presta però a varie critiche. Attualmente non esiste evidenza empirica che sia in atto una convergenza tra i vari paesi, tutti destinati, prima o poi, a raggiungere l’ultima fase. Al contrario, negli ultimi vent’anni l’eterogeneità tra le situazioni vissute nei vari paesi è rimasta molto elevata. E’ stato inoltre evidenziato come nemmeno in Svezia, il paese con incidenza maggiore del fenomeno, si sia in realtà mai raggiunta una situazione nella quale le unioni informali abbiano sostituito il matrimonio. Anche in tale paese la maggioranza di chi convive tende infatti, in un tempo successivo, a formalizzare l’unione attraverso il vincolo coniugale. Tale scelta riflette il desiderio di confermare, all’interno della coppia, il progetto familiare intrapreso, e avrebbe anche la funzione di segnale, verso l’esterno, di un rinsaldato e rinnovato impegno reciproco. Molto spesso ciò accade con l’arrivo del secondo figlio. Il prodursi di un unico processo unidirezionale, sotto la pressione delle forze comuni della modernizzazione, implica l’ipotesi che la diffusione dei nuovi comportamenti di coppia possa svilupparsi indipendentemente dalla storia, dalla cultura, dal tipo di rapporti familiari ed intergenerazionali, dal ruolo delle istituzioni, dal sistema di welfare, che caratterizzano in modo specifico ciascun paese9. Il che non è. E’ molto verosimile che le unioni informali più che rimpiazzare l’istituto del matrimonio si stiano invece affermando come uno strumento aggiuntivo al quale far o meno ricorso in base sia a preferenze e valori personali, sia come risposta adattiva nella costruzione del proprio percorso di vita. I motivi che stanno alla base della scelta di convivere possono essere diversi da individuo ad individuo e nelle varie fasi della vita. C’è chi rifiuta il matrimonio per scelta ideologica. C’è chi, per convinzioni opposte, rifiuta la convivenza. C’è chi considera il matrimonio la condizione ideale per la formazione di una famiglia con figli, ma non esclude la convivenza in una prima fase (quando ancora le condizioni per una stabilità economica, lavorativa ed abitativa non sono realizzate). C’è chi considera la convivenza un periodo di prova per valutare se l’unione funziona e le esigenze reciproche (soprattutto per coppie con alto investimento professionale) sono conciliabili. C’è poi chi non è interessato a formare una propria famiglia, il vivere però in un contesto caratterizzato da ampia accettabilità sociale della convivenza consente ad essi di poterla considerare, per periodi più o meno lunghi della loro vita, come alternativa all’abitare da soli (nel caso sia in atto una relazione sentimentale). C’è infine la condizione di chi convive perché non può sposarsi, come ad esempio chi è in attesa del divorzio e gli omosessuali. Quello delle convivenze è quindi un arcipelago di situazioni diverse, con motivazioni diverse ed implicazioni diverse sul processo di formazione della famiglia. In Italia il fenomeno, nel suo complesso, risulta negli ultimi anni in forte crescita. E senz’altro non interessa solo 600 mila uomini e donne, ovvero il numero di chi dichiara di vivere attualmente in una coppia di fatto. Risulta molto più vasto se viene colto nella sua dinamicità. Nell’Italia centro- settentrionale, tra i nati ad inizio anni Settanta oltre una persona su quattro ha iniziato la prima unione tramite convivenza (Fig. 8). Si arriva ad oltre uno su tre se si considerano i laureati. Si sale ad oltre la metà nelle grandi città. Il senso della crescita rilevante del fenomeno lo si coglie indirettamente anche dalle ricadute sulle nascite. La quota di nati da genitori non sposati è passata dall’8% nel 1995 ad oltre il 15% attuale (in pratica un raddoppio in poco più di dieci anni). E’ vero però anche che nella maggioranza dei casi il matrimonio rimane il punto di riferimento essenziale nel processo di formazione della famiglia. E’ molto frequente ad esempio il fatto che i genitori conviventi si sposino dopo la nascita del primo figlio (situazione molto comune anche negli altri paesi europei). Fig. 8. Percentuale di convivenze come prima unione. Donne, per generazione. 051015202530351945-491950-541955-591960-641965-691970-74Sud-IsoleNord-Centro Fonte: Elaborazioni su dati Istat. Si veda anche: Gruppo di Coordinamento per la Demografia, Rapporto sulla Popolazione. L’Italia all’inizio del XXI secolo, Cap. 2., il Mulino, Bologna, 2007. 7. Famiglie che si sciolgono Un fenomeno in forte accelerazione dagli anni Novanta ad oggi è anche quello dell’instabilità coniugale. Per lungo tempo separazioni e divorzi sono rimasti su livelli molto moderati se confrontati al resto del mondo occidentale. La novità di questi ultimi dieci anni è quindi, più in generale, il fatto che alcuni fenomeni che si pensava potessero rimanere su incidenze molto contenute nella società italiana, sono invece entrati in una nuova fase di crescita che sta rapidamente colmando il divario con la situazione degli altri paesi dell’Europa occidentale. Nel giro di poco più di una decade si è infatti assistito a quasi un raddoppio del tasso di divorzialità totale, passato da 80 divorzi ogni mille matrimoni ai quasi 150 attuali. Nell’analisi del fenomeno dell’instabilità coniugale va tenuta presente la particolarità dell’ordinamento italiano ed il fatto che oltre il 40% delle separazioni non prosegue verso il divorzio, senza necessariamente tornare indietro verso una ricomposizione del matrimonio. Una parte molto rilevante degli scioglimenti non entra quindi nella contabilità dei divorzi. Un ritratto dell’instabilità più completo si ottiene dalla disamina di evoluzione e livelli delle separazioni. Se arriva al divorzio quasi il 15% dei matrimoni, lo scioglimento per separazione riguarda invece oramai quasi il 30% delle unioni coniugali. Negli ultimi dieci anni è cambiato, come varie indagini testimoniano, anche l’atteggiamento degli italiani verso la rottura coniugale. Se la grande maggioranza (oltre l’80%) degli italiani non considera il matrimonio una istituzione superata, è ben vero che una percentuale altrettanto elevata considera giustificata la scelta di divorziare nel caso di unione “infelice”. In particolare, circa il 70% delle persone tra i 18 ed i 49 anni mantiene tale posizione anche nel caso di presenza di figli. E ciò vale anche per l’Italia meridionale, caratterizzata usualmente da comportamenti più tradizionali. Non solo sono in aumento i matrimoni che si sciolgono, ma durano anche sempre meno. Attualmente circa il 20% delle separazioni ha durata inferiore ai cinque anni. La vita media passata in matrimonio per le coppie che si separano è attorno ai 13 anni. Tale durata si sta però progressivamente accorciando. I matrimoni più recenti evidenziano infatti un aumento generale dell’instabilità, ma con un’accentuazione nei primi anni di vita coniugale (analogamente a quanto si osserva in molti altri paesi occidentali). Va inoltre considerato che al momento della separazione oltre una donna su tre ha meno di 35 anni (ed il 60% ha meno di 40 anni). Un valore relativamente elevato se si pensa all’età sempre più tardiva di formazione della prima unione. Ciò significa anche che una parte rilevante delle donne che sperimentano un fallimento coniugale può pensare di formare una nuova famiglia con figli. Il peso delle conseguenze della rottura matrimoniale, soprattutto sul versante femminile, ha fatto sì, come accade in molti processi di diffusione di comportamenti innovativi, che per lungo tempo fossero soprattutto le donne con titolo di studio più elevato e con maggiore autonomia economica, ad operare la scelta di rompere una relazione di coppia non ritenuta più soddisfacente. Nei paesi nei quali gli scioglimenti matrimoniali sono divenuti più comuni la relazione con l’istruzione femminile è diventata molto meno rilevante. Alcuni recenti studi relativi agli Stati Uniti, mostrano l’emergere di un cambio di segno, ovvero una maggiore fragilità dei matrimoni di persone con status sociale più basso. Anche nel nostro paese, nonostante sia ancora maggiore l’incidenza delle rotture di persone con titolo di studio elevato e tra le donne occupate, cominciano però a diventare sempre più frequenti gli scioglimenti nelle categorie sociali medio-basse (che ricorrono, tra l’altro, maggiormente al rito contenzioso). Ciò potrà accentuare le situazioni di difficoltà economica dopo la rottura, soprattutto per le donne (più spesso non occupate o sottoccupate nelle classi medio-basse) che si troveranno sole con figli. L’aumento dell’instabilità coniugale, unitamente alla diffusione di un atteggiamento più aperto verso la rottura anche nel caso di presenza di figli, è destinato, inoltre, verosimilmente a far aumentare in modo rilevante il numero di bambini che sperimenteranno la rottura del matrimonio dei genitori. Secondo i dati Istat, attualmente quasi due coppie che si separano su tre hanno dei figli, e in oltre la metà dei casi si tratta di minorenni (si sale quasi al 60% nel Mezzogiorno). Fino agli anni più recenti, i figli venivano nella stragrande maggioranza delle separazioni affidati esclusivamente alla madre. La tendenza degli ultimi dieci anni è però stata quella della ricerca di un maggior equilibrio tra i coniugi. Se a metà anni Novanta in oltre il 90% dei casi i bambini venivano assegnati alla madre, si è scesi a poco più dell’80% negli anni più recenti. E’ diminuita sensibilmente, nello stesso periodo, anche l’assegnazione al padre (da oltre il 6% a meno del 4%). Mentre è decisamente aumentato l’affido congiunto o alternato (da meno del 2% a più del 10%). 8. Famiglie che si ricostituiscono In tutto il mondo occidentale è in aumento il numero di persone che sperimentano più di una unione nel corso della propria vita. La crescita dell’instabilità coniugale e la diminuzione dell’età di scioglimento del primo matrimonio ha infatti portato, negli ultimi decenni, ad un progressivo aumento delle persone che si trovano nella condizione di poter entrare in una seconda unione. Sposarsi più volte nel corso della propria vita non è un fenomeno nuovo. In passato era elevato il rischio di diventare vedovi in età relativamente giovane, ed era molto comune per un uomo risposarsi dopo la perdita della moglie. Molto meno comuni invece i matrimoni successivi al primo delle donne. Quello che è cambiato, soprattutto negli ultimi decenni del XX secolo, è il fatto che tra coloro che si risposano ha acquistato sempre più peso la quota di chi ha sciolto il precedente matrimonio tramite divorzio rispetto alla vedovanza. E’ inoltre aumentato il numero di donne alle seconde nozze, anche se rimane più elevata la propensione maschile a risposarsi (anche per la minor dipendenza delle possibilità maschili di matrimonio dall’età). I dati più recenti per l’Italia mostrano come quasi la metà delle donne divorziate passi ad una seconda unione, la maggior parte delle quali viene formata entro 5 anni dalla fine del primo matrimonio. Sempre più spesso, inoltre, la seconda unione è una convivenza invece che un nuovo matrimonio. Dato che sono in aumento le separazioni di coppie con figli, ne consegue anche un aumento del numero di bambini che vivono l’esperienza di una famiglia ricostituita. E’ vero però anche che la possibilità di risposarsi per le donne è sensibilmente penalizzata dalla presenza di figli. Questo significa che in molti casi le madri non formano una nuova unione. I nuclei con un solo genitore sono, del resto, in continua crescita. Hanno recentemente superato i 2 milioni (85% le “madri sole”, 15% i “padri soli”). I monogenitori vedovi, seppur in calo, continuano ancora ad essere la maggioranza (poco più del 50%). Sono invece in deciso aumento i monogenitori separati/divorziati (arrivati al 40%), e tra questi la quota di coloro che hanno figli minori (arrivata al 70%). 9. Alcune considerazioni finali (ed una provocazione) La società italiana sta vivendo una fase di grande cambiamento. La politica, le istituzioni, il sistema di welfare segnano invece il passo. C’è stata una grave incapacità ed un grave ritardo nella lettura e nell’interpretazione delle trasformazioni in atto da parte di chi ha avuto negli ultimi decenni responsabilità pubbliche e di governo. Ci troviamo ora di fronte a nodi problematici associati a fenomeni già presenti da tempo, che si stanno cronicizzando. La persistente bassa fecondità, la lunga permanenza dei giovani in famiglia, e l’invecchiamento della popolazione, ne sono un esempio. Diventa urgente fare quello che non abbiamo fatto finora (e che invece negli altri paesi è stato fatto), ovvero aiutare le famiglie con figli, potenziare i servizi di cura per l’infanzia, ridurre la precarietà dei giovani mettendo finalmente in campo adeguati “ammortizzatori sociali”, creare una rete di aiuti e di servizi per gli anziani non autosufficienti. Si tratta quantomeno di riportare le condizioni agli standard medi europei, in modo che essere giovani, aver figli, diventare anziani non autonomi, non sia più così scandalosamente penalizzante in Italia rispetto agli altri paesi occidentali. Ma oltre ai fenomeni che si stanno cronicizzando se ne stanno più recentemente aggiungendo altri, fino a qualche anno fa poco presenti nella nostra società, potenzialmente legati ad altre criticità. Ne elenchiamo alcuni. L’instabilità coniugale porta ad un rilevante aumento di bambini che sperimentano la rottura coniugale dei genitori. Le conseguenze negative sui figli sono ben documentate nella letteratura scientifica degli altri paesi dove il fenomeno è da tempo più diffuso. Le specificità culturali del nostro paese, ed in particolare il forte legame tra genitori e figli, a cui corrisponde un forte investimento affettivo e strumentale, potrebbe rendere più doloroso il fallimento coniugale e più conflittuale la risoluzione tra coniugi con bambini. Finora l’incidenza delle rotture è stata bassa e soprattutto limitata alle classi più benestanti. Le dinamiche più recenti rendono quindi lo scenario più articolato e potenzialmente più problematico. C’è poi la questione delle famiglie monogenitore, anch’esse in continua crescita. Particolarmente difficile è la condizione delle donne sole con figli. Se c’è un problema per le famiglie italiane, di pochi aiuti economici, scarsi servizi e difficoltà di conciliazione, tutto ciò è fortemente accentuato per chi ha figli e non può contare sull’altro coniuge. Va infine almeno accennato l’impatto delle immigrazioni, altro grande fenomeno in forte crescita negli ultimi anni. In Italia gli alunni stranieri erano meno di 50 mila fino alla metà degli anni Novanta (meno dello 0,5% del totale degli alunni). In poco più di dieci anni il loro numero è aumentato di oltre 8 volte. La sfida è qui quella dell’integrazione e delle opportunità da fornire alle seconde generazioni. Da come tale sfida verrà colta ed affrontata dipende una parte rilevante del futuro dell’Italia. Siamo un paese nel quale i genitori investono molto sui figli, ma nel quale lo stato investe poco sulle famiglie e sulle giovani generazioni. Ma se le cose stanno così, non sarà forse anche perché nel fondo del nostro animo noi italiani preferiremmo non pagare le tasse e dare tutto ai nostri figli? Pagare le tasse vuol dire dare i nostri soldi ai figli degli altri, nel migliore dei casi, e a politici che li usano male, nel peggiore. Forse, allora, c’è qualcosa di più profondo alla base della nostra crisi demografica, delle difficoltà delle famiglie, della rigidità nel ricambio generazionale, della disaffezione verso la politica. Se davvero è così, non basta un nuovo welfare per uscire dal nostro malessere generalizzato (demografico, sociale, economico e politico). Serve una nuova idea di Italia. Ci siamo illusi che potesse nascere dopo tangentopoli, e qualcuno si è illuso che potesse rinnovarla profondamente Silvio Berlusconi. Non è successo. Ora siamo tutti orfani di un Italia che vorremmo e che non riusciamo a darci. Ed è forse anche per questo che facciamo pochi figli e che i giovani sono riluttanti a diventare adulti.