Conferenza Nazionale della Famiglia CRESCE LA FAMIGLIA CRESCE L'ITALIA Sessione “Famiglia e Lavoro” Firenze, 24-25-26 maggio 2007 Famiglia e Lavoro Daniela Del Boca (Università di Torino e CHILD) Conciliare famiglia e lavoro in Italia e’ piu’ difficile In Italia conciliare famiglia e lavoro è più difficile e costoso che in altri paesi, non solo nella fase riconosciuta come la più critica e complicata cioè la nascita dei figli ma per tutto l’arco del ciclo vitale. La difficoltà di combinare lo svolgimento di un lavoro retribuito (necessario per la gran parte delle famiglie) e la responsabilità di dare cura (difficilmente delegabile nel contesto di carenza di servizi ) sono infatti presenti lungo tutto il corso di vita famigliare pur in combinazioni e con criticità diverse. Mentre nella maggior parte dei paesi Europei durante gli anni 80 e 90 sono state messe in atto politiche di sostegno alle famiglie soprattutto alle famiglie con figli, in Italia gli interventi sono stati scarsi, frammentari e non continuativi. i)La prima criticità emerge nel periodo giovanile. E’ diventato sempre più difficile per i giovani, uomini e donne, trovare un lavoro stabile presto e iniziare a formare una propria famiglia relativamente ad altri paesi europei. nella fascia 20-25 solo il 40 per cento circa degli Italiani hanno un occupazione, contro il 60% del resto dei paesi europei. Tra i 25-30 nel resto d’Europa sono occupati 3/4 dei giovani contro 2/3 in Italia, mentre il reddito medio dei giovani italiani è quasi la metà rispetto ai coetanei inglesi e 50 per cento più basso dei francesi e tedeschi (European Panel). La situazione è inoltre in netto peggioramento Fra le ragioni del crescente ritardo, peggiorate condizioni ed opportunità di impiego: tra i nati negli anni quaranta circa il 60 per cento aveva un lavoro a tempo indeterminato mentre per i nati negli anni settanta la percentuale e scesa al 40 per cento (Rosina 2006). Le peggiorate condizioni economiche dei giovani: disoccupazione, precarietà, bassi salari, ammortizzatori sociali inesistenti sono diventate condizioni sempre più frequenti. La situazione è peggiorata anche i più istruiti: negli anni recenti, tra i laureati nel 2001 il 63% trovavano un lavoro continuativo entro tre anni dalla laurea, mentre nel 2006 questa percentuale è diminuita di sette punti percentuali (dati Alma Laurea 2006) . La difficoltà a formare una famiglia e a rendersi indipendenti dalla famiglia d’origine e’ rafforzata da un mercato delle abitazioni caratterizzati da bassa offerta di case a costi accessibili. Mentre la prima fase del percorso lavorativo richiede maggiore mobilità, e quindi la necessità di affrontare le spese di una propria autonomia abitativa, i costi di affitto di un appartamento sono una percentuale notevole dello stipendio (nei grandi centri il canone per una stanza singola, è stimato essere attorno ai 500 euro1) mentre l’accesso alla abitazione è invece fortemente squilibrato verso l’acquisto. Il risultato di queste condizioni è una maggiore dipendenza dei giovani dalla famiglia rispetto al passato e lo spostamento dell’età di formazione di una coppia e della nascita del primo figlio che oggi è tra le più elevate del mondo. Anche in conseguenza della lunga permanenza nella famiglia d’origine, gli uomini italiani “imparano” meno di altri ad avere rapporti egualitari e ad aiutare nel lavoro familiare. Mentre le donne italiane (occupate o non) dedicano al tempo di lavoro familiare il maggior tempo di tutta Europa, gli uomini italiani dedicano al lavoro familiare il minor tempo di tutta l’Europa, un’ora in meno che in Francia, Danimarca e Svezia. La “sindrome del ritardo” non solo ha effetti negativi sulla fertilità (posponendo l’età di formazione della famiglia e l’assunzione di responsabilità) ma anche ha effetti negativi sulla collaborazione in famiglia che risulta un fattore importante per la possibilità di continuare a lavorare delle donne dopo la nascita dei figli. (Francesco Billari Diventare famiglia e mercato flessibile) ii) In età adulta è soprattutto per le donne (anche all’interno di una coppia) che diventa più difficile conciliare famiglia e lavoro. Rispetto al resto d’Europa, il contesto italiano e caratterizzato dA minori opportunità di lavori part time (Grafico 1). b) un numero molto più scarso di asili nido ( solo il 7% dei bambini 0-3 usa l’asilo) (Grafico 2) e di congedi parentali meno pagati (30% contro il 42% Francia, 66% in Svezia, 50% in Danimarca). Il risultato è il dato sconcertante della bassa partecipazione e fertilità dei paesi europei (Grafico 3 ) e della continua diminuzione del tasso di fertilità (Grafico 4). Il trade-off è particolarmente difficile per donne con bassa istruzione che hanno tassi di occupazione e di fertilità più bassi delle donne più istruite e soprattutto per le donne che vivono nelle regioni del sud. l’Italia è il Paese Europeo con la più bassa percentuale di donne con istruzione primaria occupate (32,6%), ed è al terzo posto (dopo Grecia e Spagna) per occupazione femminile delle donne con istruzione secondaria e universitaria (Grafico 5, dati OCSE riferiti al 2004). Nelle regioni del sud è più bassa la partecipazione delle donne con istruzione primaria nelle regioni meridionali: solo il 17% delle donne con bassi livelli di istruzione era occupata nel 2005 (fonte ISTAT, Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro). Sono le madri del Sud, che hanno a che fare con un mercato del lavoro più difficile e un sistema dei servizi praticamente inesistente, a trovarsi in maggiore difficoltà. Una donna su quattro al Sud 1 Ministero per le Politiche giovanili e le Attività sportive lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio e solo 15% al Nord(Essere madri in Italia ISTAT 2005). Queste differenze aiutano a spiegare il continuo declino della fertilità al sud a fronte di dati costanti e in lieve ripresa in alcune regioni del Nord. Le donne più istruite che vivono al Nord riescono a rimanere più facilmente nel mercato del lavoro dopo la nascita dei figli delle donne meno istruite e che vivono al sud non solo perché il loro lavoro e’ meglio retribuito in termini monetari ed è più sicuro, ma anche perché sono in grado di mobilizzare più risorse, beni e servizi di mercato e tempo dei familiari inclusi i partners che collaborano di più quando nelle coppie più istruite (Del Boca Saraceno 2007)2. L’occupazione femminile in Italia si trova sempre più facilmente in contratti temporanei. I collaboratori coordinati e continuativi sono concentrati tra le donne (61% ). Gli studi sulla Spagna (De la Rica and Iza 2005) mostrano che l’incremento dei contratti a tempo determinato hanno indotto ad un ulteriore ritardo nella formazione della famiglia e della fertilità. Questo incremento dei lavori a tempo indeterminato ha un effetto anche sull’uso dei congedi. Da un lato non tutte le donne hanno diritto ai congedi, ma anche chi ha accesso al congedo non sempre può permettersi di prendere il congedo genitoriale, perché la perdita di reddito è troppo elevata proprio nel momento in cui la famiglia aumenta, sia perchè l’insicurezza del posto di lavoro non permette3. Al sud infatti non usufruisce del congedo facoltativo circa il 40% delle donne contro il 19% al Nord (Istat 2005). Proprio per questo un’ offerta adeguata di asili nido avrebbe un ruolo molto importante. Il tasso di copertura dei servizi per la primissima infanzia è bassissimo proprio in queste regioni (1-2% ) e gli orari non sono compatibili con orari di lavoro a tempo pieno. Allo stesso tempo gli asili privati di peggior qualità e più costosi offrono spesso la flessibilità di orari che e’ utile perchi non ha nonni vicini e non può permettersi baby sitters. Dai nostri studi emerge che i nonni sono ancora la forma di cura per i bambini piccoli più usata e che ha dato negli anni il più importante sostegno al lavoro delle madri (Del Boca Vuri 2007). Tuttavia i nonni che curano i nipoti a tempo pieno tenderanno a diminuire, sia perché cambiano le generazioni dei nonni (più istruiti, con più donne lavoratrici), sia 2 Uno studio di Pronzato (2006) sui dati del panel Europeo dell’Eurostat (ECHP) mostra come in Italia le donne con elevata istruzione rientrino nel mercato del lavoro a pochi mesi dalla nascita del figlio, mentre le donne con bassa e media istruzione spesso non rientrano affatto nei primi 4 anni di vita del figlio: a 50 mesi dalla nascita, infatti, il 60% delle donne con bassi livelli di istruzione è ancora fuori dal mercato del lavoro. Ma in Italia le donne con istruzione universitaria sono poco più del 10%, mentre il 48% delle donne ha un’ istruzione secondaria 3In Italia l’unico tentativo di incentivare i padri a prendere il congedo facoltativo è stata l’offerta di un mese in più di congedo se il padre ne prende almeno tre. Purtroppo con una riduzione del salario del 70% l’incentivo previsto non sembra aver funzionato. In Svezia, per esempio invece al fine di facilitare la condivisione del congedo facoltativo tra i genitori esiste la possibilità di prenderlo contemporaneamente: sia la madre che il padre possono lavorare part-time (orizzontale o verticale) rimanendo entrambe sul mercato del lavoro. Ciò consente tra l’altro di evitare il deprezzamento del loro capitale umano che potrebbe avere effetti negativi sui salari futuri e una maggior condivisione del lavoro e delle responsabilità di cura dei figli all’interno della coppia perché le riforme pensionistiche hanno già alzato e alzeranno ancora l’età della pensione (vedi Saraceno relazione seminario 12 aprile). iii) Le donne escono prima dal mercato del lavoro anche per curare genitori o altri bisognosi di cure sovraccariche di lavoro domestico anche per la presenza di figli adulti (Grafico 6). L’invecchiamento delle reti famigliari ha cominciato negli ultimi anni a fare emergere problemi di conciliazione famiglia-lavoro non solo nella fase della formazione della famiglia ma nella fase della maturità. Finora a queste domande si è potuto rispondere tramite il lavoro di una generazione di donne che è uscita presto dal mercato del lavoro o non vi è entrata affatto. Alcune ricerche europee segnalano che la quota di lavoratori nelle età centrali e mature che ha responsabilità di cura nei confronti di anziani fragili è in aumento quasi ovunque e ha ha avuto un impatto importante sulle possibilità di lavorare delle donne (Coda Moscarola 2007). Il peso di tutte queste criticità e sulle donne nella famiglia per tutto l’arco del ciclo vitale. Le donne lavorano più degli uomini come totale (grafico 7a e 7b) anche se meno come lavoro retribuito e più come lavoro domestico e di cure (del Boca Saraceno 2007). Le politiche per la famiglia in Italia Mentre nella maggior parte dei paesi da decenni sono state messe in atto politiche per la famiglia, le famiglie italiane sono le più sole e meno aiutate d’Europa (con la Spagna). Le spese per famiglie e minori sono solo l’ 1.1 contro il 3.0 Germania, Svezia, 2.5 in Francia) del PIL (grafico 8). A differenza di quanto avviene altrove in Italia (e più in generale nei paesi dell’Europa mediterranea) gli aiuti e la protezione sociale verso i singoli viene tradizionalmente fornita molto meno dello stato e molto più invece dalla solidarietà familiare e parentale4. La spesa pubblica per protezione sociale viene soprattutto assorbita dalle pensioni, mentre esiguo è ciò che viene destinato al sostegno delle famiglie con figli piccoli e dei giovani. In questo contesto si potrebbe sostenere che qualsiasi politica avrà effetti benefici su questa situazione nel vuoto creato dall’enorme ritardo con cui l’Italia affronta le politiche della famiglia e del lavoro. Tuttavia le politiche sociali e del lavoro per essere efficaci devono tener conto di vari aspetti cruciali. In un mercato del lavoro e dei servizi come quello italiano caratterizzato da forti rigidità del mercato del lavoro e carenze dei servizi non e’ facile valutare se i comportamenti degli individui 4 Nei Paesi del Nord Europa, e in Francia anni di politiche per la famiglia, assegni familiari, maggiore disponibilità di occupazioni part-time, congedi parentali più generosi e condivisi tra madri e padri e un notevole disponibilità di asili nido e politiche di sostegno economico alle famiglie con figli hanno facilitato la conciliazione, aumentando l’occupazione senza diminuire la fertilita’. e delle famiglie riflettono i vincoli imposti da tale limitazioni o se riflettono le preferenze. Anche gli economisti per essere in grado di spiegare ed interpretare i comportamenti individuali e familiari e valutare l’effetto di politiche sociali hanno iniziato ad utilizzare informazioni su dati culturali e variabili non solo quantitative ma anche qualitative. L’analisi di questi dati soprattutto quando confrontati con la situazione di altri paesi ci fa ragionare sulla importanza di produrre politiche che rispondano ad esigenze diverse di famiglie diverse nell’ottica di una maggiore uguaglianza di opportunità più che uguaglianza degli esiti (Colombino et al 2004). L’obiettivo non è mandare tutti i bambini all’asilo nido ma mettere tutti nelle condizioni di avere per i figli piccoli di tipo di cura che ritengono più appropriata (vedi relazione Rosanna Trafiletti Conciliazione lavoro famiglia). Perche’ questi ragionamenti sono importanti in Italia? Decenni di assenza di aiuti e di sostegno hanno fatto si’ che formassero abitudini a contare solo sulla propria famiglia, che sono oggi molto difficili da sradicare e che possono avere oggi un impatto molto negativo sulle opportunità e liberta di scelta delle donne. Per esempio, recenti indagini concordano nell’evidenziare che la grande maggioranza delle donne vorrebbe sia avere figli (almeno due) sia potersi realizzare in ambito lavorativo. Questo significa che se potessero portare a pieno compimento i loro desideri e le loro aspirazioni, avremmo in Italia livelli di fecondità e di occupazione femminile non inferiori alla media degli altri paesi sviluppati (Rosina 2007) Per spezzare il circolo vizioso, bisogna incentivare le donne a lavorare (per il mercato) e al contempo a rivolgersi di più al mercato per utilizzare i servizi di assistenza per gli anziani e asili per figli, anche quando il loro reddito da lavoro di per sé non permetterebbe loro di accedere a questi servizi. E’ un problema non solo economico, che potrebbe aiutare a superare la sanzione sociale rispetto a chi si affida a servizi di cura acquisiti sul mercato. Se un numero maggiore di donne lo fanno, la maggiore domanda può stimolare più concorrenza nel mercato e, dunque, costi piu’ bassi dei nidi privati5 (Boeri del Boca 2007). 5L’aumento di offerta privata (nidi privati, micronidi, nidi aziendali) degli ultimi anni è stata infatti largamente insufficiente rispetto alla domanda e fortemente discriminante nei confronti delle famiglie con redditi medio-bassi. Il costo dei servizi privati è infatti estremamente elevato e proibitivo per molti anche perché nel nido privato le rette sono fisse e non variano a seconda delle fasce di reddito come avviene nelle strutture pubbliche. . Politiche di sostegno all’occupazione senza disincentivare la fertilità La proposta di ampliamento del numero dei asili nido contenuta nella Finanziaria 2007 va in questa direzione. Come e’ stato dimostrato dalle analisi sull’Italia l’incremento di asili nido ha un effetto positivo sia sull’occupazione delle madri che sulla fertilità medesima6 (Del Boca Pasqua 2005) Ma l’offerta dei servizi va anche flessibilizzata nell’orario e nel calendario e diversificata per rispondere alle diverse esigenze delle diverse famiglie. Non tutti i bambini hanno a casa due genitori che vivono con loro, non tutti hanno i nonni che vivono vicini e non tutti i nonni sono disponibili a dedicarsi a pieno tempo alla cura dei nipoti. Finora i servizi pubblici per l’infanzia sono stati pensati come servizi complementare ai “servizio” gratuito dei nonni. Non tutti i bambini hanno un genitore che lavora nella scuola e ha vacanze estive di due mesi all’anno. Oltre ai nidi pubblici (comunali e statali) possono essere proposti nidi familiari, cooperative di genitori, aperti d’estate in varie forme, con una attenzione anche per le nuove condizioni di lavoro di molti giovani genitori. Come molte ricerche comparate hanno messo in luce (Ermisch e Francescoani 2005) i servizi per l’infanzia come altri inputs usati dalla famiglia devono essere concepiti solo come servizio ai genitori ma anche come un investimento nei bambini, per allargarne la socialità in un mondo in cui è più facile che abbiano nonni che non fratelli/sorelle e cugini. Esistono allora forti resistenze all’utilizzo dell’asilo nido (grafico 9). Questa resistenza in parte dipende dalla radicata convinzione che i figli piccoli stanno meglio con le loro madri in un contesto dove finora le alternative sono state poche e non sempre di alta qualità. Una recente indagine della Fondazione De Benedetti ha mostrato che un’elevata proporzione di famiglie attribuisce il modesto uso dei nidi ai costi e alla scarsità dei posti, ma anche alla qualità del servizio offerto, caratteristica quest’ultima che secondo studi recenti sembra incidere sul benessere psico-fisico dei bambini. Le graduatorie europee mettono l’Italia al decimo posto (su 15) per qualità: per esempio, mentre in Danimarca ci sono tre bambini per insegnante, in Italia il numero è il doppio. I dati mostrano che nelle regioni dove la qualità e diversità dell’offerta e’ alta (Emilia Romagna in primis) c’e una maggiore fiducia dei genitori negli asili e una domanda crescente di servizi, mentre l’opposto avviene nelle regioni del sud. 6 Dalle nostre simulazioni risulta che se la disponibilità di posti negli asili nido fosse portata dall’attuale 7% al 33%, la partecipazione femminile al lavoro arriverebbe al 54%. L’incremento dei servizi e la loro flessibilizzazione e diversificazione tuttavia non è sufficiente. E’ cruciale rafforzare il potere contrattuale delle donne nella famiglia nell’imporre agli altri famigliari di poter lavorare . Uno strumento che, se adattato al contesto italiano, potrebbe rispondere ai requisiti di cui sopra e’ un credito d’imposta per la cura dei figli e dei famigliari dipendenti.7 La concessione di un credito d’imposta alle donne che lavorano e che svolgono lavoro di cura avrebbe il vantaggio di incentivare l’offerta di lavoro e allo stesso tempo l’utilizzo di servizi in forme di lavoro regolare, scoraggiando invece gli impieghi nel sommerso. Il fatto di dover documentare le spese per la cura di figli o parenti anziani servirebbe a far emergere attività oggi sommerse (ad esempio il lavoro delle badanti) contribuendo a finanziare la misura anche con l’ampliamento della base contributiva. Il credito d’imposta per i famigliari a carico dovrebbe essere concesso direttamente alle donne 8 a condizione che il reddito complessivo della persona, della famiglia o della coppia di fatto inferiore ad una soglia prestabilita e nel caso di una coppia, il fatto che entrambi i suoi componenti siano occupati, anche part-time. Quest’ultima condizione serve ad imporre che l’onere della cura dei famigliari non ricada interamente su di un membro della coppia (Leonardi 2004). Infine il dato preoccupante che riguarda il sud suggerisce che la bassa occupazione e fertilità è anche un problema di domanda. Sgravi fiscali alle imprese che assumono donne e’ un primo tentativo di affrontare questo problema. Occorrono politiche anche aziendali. Se non cambia la cultura aziendale la conciliazione e il riequilibrio delle responsabilità tra uomini e donne sono difficili. (vedi relazione Manuela Naldini Famiglia e Impresa). Infatti molte analisi d’impresa hanno dimostrato che il contributo delle donne e molto rilevante e la produttività è molto più elevata nei gruppi di lavoro in cui collaborano uomini e donne (del Boca Billari Saraceno 2006). Come nel caso di tutte le politiche sociali e del lavoro sarebbe importante valutarne a priori costi e benefici. In mancanza di tempi e risorse per una valutazione di impatto delle politiche è essenziale almeno utilizzare le informazioni che riguardano le esperienze su quanto già sperimentato a livello locale per analizzare vedere che cosa funziona quando e dove, quali sono i rischi e i costi delle varie soluzioni. 7 Questi interventi sono simili alle esperienze del Working Family Tax Credit (WFTC) e del Child Tax Credit (CTC) introdotti nel Regno Unito dal 2003. 8 L’evidenza empirica mostra che il reddito percepito dalle madri ha un impatto maggiore sulle spese riguardante i figli dal reddito ricevuto dai padri (vedi per esempio Lundberg S. R. Pollak , e T. Wales 1997 e D. Thomas 1990) Considerazioni conclusive Se le politiche della famiglia saranno in grado di sostenere le scelte di lavoro e di vita (studio, fertilità, salute) ad allargare le opportunita di scelta, avranno anche un importante impatto sulla povertà e la distribuzione del reddito del paese. L’occupazione remunerata della madre è un importante strumento di difesa dalla povertà per le famiglie e per i minori sia quando vi è una coppia coniugale che quando la coppia non c’è o si rompe. Non solo le politiche del lavoro, anche le politiche di conciliazione appaiono dunque come politiche di prevenzione dalla povertà. I vincoli alla occupazione femminile, oltre che vincoli alle scelte di libertà e di pari opportunità, sono anche in contrasto con il benessere delle famiglie, specie in un contesto in cui cresce sia l’instabilità del lavoro che l’instabilità dei rapporti di coppia Il lavoro delle donne è una risorsa essenziale per la crescita economica. Nei prossimi decenni in Italia, il rapporto tra pensionati e occupati sarà tra i peggiori nel mondo occidentale. Mentre infatti la popolazione anziana è infatti in progressiva crescita, la popolazione nelle classi lavorative, a causa della denatalità è in diminuzione. L’Italia per non perdere competitività, avrà quindi strategicamente bisogno di aumentare la forza lavoro e potrà farlo solo mobilitando una risorsa finora poco utilizzata e valorizzata, ovvero l’occupazione femminile. Il miglioramento delle possibilità di occupazione, non è solo coerente con i desideri dichiarati dalle donne stesse, ma un’esigenza che risponde anche alle necessità di crescita economica del paese. Bibliografia Billari F. Del Boca D. Saraceno C. “Politiche a tasso zero” la voce.info 2006 Boeri T. Del Boca D. “ Chi lavora in Famiglia?” La voce.info 2007 Coda Moscarola F. “Participation and caring” Collegio Carlo Alberto 2007 Colombino U., R. Aaberge and S. Strøm “Do More Equal Slices Shrink the Cake? An Empirical Investigation of Tax-Transfer Reform Proposals in Italy" (with R. Aaberge and S. Strøm), Journal of Population Economics, 17, 4, 2004 De La Rica S. e Iza A., (2005), “Career Planning in Spain: Do Fixed-term Contracts Delay Marriage and Parenthood?”, Review of Economics of the Household, vol. 3(1 De Henau J., Meulders D. e O’Dorchai S. (2006), ‘The Childcare Triad? Indicators Assessing Three Fields of Child Policies Towards Working Mothers in the EU-15’, Journal of Comparative Policy Analysis, Special Issue Del Boca D., Vuri D. (2006), “The Mismatch between Employment and Child Care”, Journal of Population Economics, 20, 4, 2007 Del Boca D. e Pasqua S., (2005), “Labour Supply and Fertility in Europe and the U.S.”, in Women at Work. An Economic Perspective, T. Boeri, D. Del Boca e C. Pissarides (ed.), Oxford University Press Del Boca D., Pasqua S. e Pronzato C., (2005), “Employment and Fertility in Italy, France and the UK”, Labour, vol. 19(special issue) Del Boca D., Saraceno C. “Il sistema famiglia-lavoro” in Andare a tempo Franco Angeli 2007 Ermisch J. Francesconi (2005) “Parental investments and Children Welfare” Women at Work. An Economic Perspective, T. Boeri, D. Del Boca e C. Pissarides (ed.), Oxford University Press ISTAT “Essere Madri in Italia” Roma Istat 2005 Leonardi M. “Il fisco e le donne” la voce.info 2004 Lundberg S., R. Pollak and T. Wales “Do Husbands and Wives Pool Resources?: Evidence from the UK Child Benefit,” Journal of Human Resources, Summer 1997 Rosina A. “l’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian Gray” Il Mulino2/2006 Sabbadini L.L. (a cura di) (2004), Come cambia la vita delle donne, Roma, ISTAT