LA FAMIGLIA NELLA SOCIETA’
ITALIANA. IL PUNTO DI VISTA DEL CISF
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Appunti a cura di Francesco Belletti, Direttore del CISF |
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per l’audizione del 1 febbraio 2007 |
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Camera dei Deputati – XII Commissione Affari sociali |
1. Premessa: i Rapporti Cisf
2. La famiglia come risorsa e l’approccio
sussidiario
3. Quali bisogni oggi
4. Le priorità di politica familiare
1. Leggere la famiglia in Italia
attraverso i Rapporti Cisf
Il Primo rapporto (L’emergere della famiglia autopoietica, 1989) parla di una famiglia costretta a fare da sé e a contare soprattutto sulle proprie risorse, perché legge l’ambiente esterno come ostile o al massimo indifferente. Emerge, in positivo, una famiglia responsabile e disponibile a prendersi carico dei propri bisogni ma anche, in negativo, una famiglia in difficoltà a pensare, di fronte a bisogni eccedenti, di poter trovare degli aiuti o dei supporti al proprio esterno. La deriva estrema consiste in un atteggiamento familista, alla ricerca solo del proprio interesse particolare, indifferente a tutto ciò che è considerato "esterno". Siamo alla fine degli anni Ottanta, anni nei quali parlare di "politiche familiari", anche nel dibattito politico e sui giornali o sui mezzi di comunicazione, è praticamente impossibile. Tuttavia non è difficile affermare che ancora adesso, dopo venti anni di storia della famiglia e della società, è difficile aiutare le famiglie a pensare all’ambiente esterno come amichevole. D’altra parte, se guardiamo a come sono organizzati i tempi delle città, il mondo del lavoro, il mondo dei media, tanto per citare alcune aree di interesse, non troviamo atteggiamenti particolarmente amichevoli nei confronti della famiglia e questa chiave interpretativa quasi ventennale rimane molto attuale.
Il Terzo Rapporto Cisf (Mediazioni e nuova cittadinanza della famiglia. 1993) ha messo a tema la questione della cittadinanza della famiglia, considerando la famiglia non solo come spazio privato degli affetti e dei sentimenti ma come un luogo socialmente rilevante, uno spazio nel quale si genera un’alleanza tra persone e società. Questa tesi ha una serie di ripercussioni, anche in termini giuridici, che ci sembrava importante mettere a fuoco e che è stato poi ripresa nell’Ottavo Rapporto Cisf (famiglia come capitale sociale). Questo tema rimanda anche al nodo della identità più profonda del famigliare, oggi in grande discussione, e affrontato nel Settimo Rapporto Cisf (Identità e varietà dell’essere famiglia: il fenomeno della "pluiralizzazione").
Assieme a quello della rilevanza sociale della famiglia, un altro nodo tuttora centrale è quello dell’equità tra le generazioni. In due Rapporti Cisf (Secondo Rapporto Cisf sulla Famiglia in Italia. L’equità tra le generazioni: un nuovo confronto sulla qualità familiare, 1991, e Quarto Rapporto Cisf sulla Famiglia in Italia. La famiglia come reticolo inter-generazionale: un nuovo scenario, 1995) abbiamo sottolineato che la famiglia svolge la funzione di "mediatore solidaristico" tra le generazioni, funzione che la società non svolge in modo altrettanto efficace, generando al contrario una sorta di "conflitto inespresso tra le generazioni". Un esempio di queste dinamiche può essere trovato proprio nel mondo del lavoro, nel quale la generazione adulta occupa con forza la scena, "sfrutta" le tutele e scarica debiti e problemi sulle generazioni future. È invece soprattutto grazie alla capacità di redistribuzione familiare che i giovani possono realizzare i propri progetti di vita adulta, come mettere su casa e famiglia, scelte di vita ben poco sostenute e supportate dal sociale. All’interno dei sistemi familiari assistiamo dunque a un’alleanza che cerca di ri-bilanciare le ineguaglianze societarie. Un altro esempio può essere individuato nel fatto che i nonni aiutino i figli e accudiscano i nipoti, mentre spesso i figli adulti si fanno carico dei nonni quando non sono più autosufficienti. Nel 2003 il 74% di anziani non autosufficienti erano curati soprattutto in famiglia, questo vuol dire che se 3 anziani su 4 non avessero una famiglia di riferimento che li cura, sarebbero privi di un'adeguata protezione.
Altri temi rilevanti sono stati affrontati nel Sesto Rapporto su welfare e famiglia (Famiglia e Società del benessere. Sesto rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, 1999), e soprattutto nell’Ottavo (Famiglia e capitale sociale nella società italiana. Ottavo rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, 2003), che individua la "famiglia come capitale sociale" ipotizzando (ipotesi confermata poi dalle analisi) che la famiglia, più che "consumare" prestazioni solidaristiche societarie, prima di tutto genera cittadinanza attiva, atteggiamenti di fiducia, atteggiamenti cooperativi. La scommessa giocata con l’Ottavo Rapporto consiste quindi nel riuscire a spostare il criterio e la logica generale dall’assunto: "Le famiglie costano alla società" all'assunto: "Le famiglie sono un capitale sociale per la società", generano cura, beneficio sociale, sono un valore aggiunto. Se si dimostra che la famiglia risulta il luogo educativo alla socialità, allora si può concludere che le spese sostenute per la famiglia vanno inserite nella colonna "investimenti" piuttosto che nella colonna "costi". In fondo, la sfida radicale al nostro sistema è quella di pensare che se si attua una politica a sostegno della natalità, per esempio, non si sta solo sostenendo un carico assistenziale per quella specifica famiglia, ma si stanno predisponendo migliori condizioni future per tutta la società.
Lo stesso professor Luigi Campiglio, economista e pro-Rettore dell’Università Cattolica di Milano, si chiedeva: "Ma quale azienda investe per un così ampio numero di anni come fa una famiglia su un figlio?". La famiglia, infatti, investe su un bene, il figlio, che per 25-30 anni è a carico e costa più o meno 250-300.000 €, a seconda del tipo di scelte scolastiche, universitarie, di stile di vita familiare che vengono attuate. È comunque un bell'investimento. Dai 25-30 anni in poi questa persona "restituisce" (l’investimento rende), con una prospettiva di vita attiva di 30-40 anni. Le famiglie hanno quindi una vision progettuale molto più ampia di qualunque vision di qualunque altro attore sociale nel nostro Paese. Un’altra breve riflessione a proposito di famiglia come capitale sociale può riguardare il volontariato. Troppo spesso il rapporto tra famiglia e volontariato è raccontato come: "Le famiglie ricevono aiuti dal volontariato". Abbiamo invece constatato che i giovani volontari, uno dei nodi fondamentali del volontariato di oggi, un volontariato maturo che dopo l’esplosione degli anni Novanta sta cercando di capire come reinventarsi, provengono da famiglie con un patrimonio para-sociale, famiglie con una "cultura volontaria". Dunque, non si può fare a meno di un ambito educativo così fondamentale come la famiglia, anche per generare azione sociale, cittadinanza attiva. Certo, rimangono le famiglie che hanno bisogno, che sono un "buco nero", abusanti, maltrattanti eccetera, ma questo non significa che nel complesso la famiglia non sia un patrimonio fondamentale della nostra collettività, un patrimonio che ormai deve essere "salvaguardato".
Esiste dunque un problema forte di rilevanza culturale e sociale e il Nono Rapporto Cisf, mettendo a tema "famiglia e lavoro", non può prescindere da questo passaggio sulla famiglia come capitale sociale, tematizzato nell’Ottavo Rapporto. Il rapporto famiglia-lavoro ripropone poi un nodo di cui il Quinto Rapporto Cisf si era già occupato, vale a dire la questione del genere in famiglia e nella società (Uomo e donna in famiglia. Quinto Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, 1997).
Siamo quindi arrivati a parlare
di "famiglia e lavoro", dopo quasi vent'anni di Rapporti Cisf, proprio
a partire dal fatto che il sistema Italia - ma qualunque collettività,
qualunque sistema - non può generare il proprio benessere, il proprio sviluppo
sociale ed economico, le proprie condizioni di buona vita, a prescindere da uno
sguardo attento alla famiglia.
2. La famiglia come capitale sociale: una formula nuova, una dinamica antica
2.1 Quale capitale sociale?
In tutti i Paesi cresce l’interesse per il capitale sociale, considerato come fattore imprescindibile di sviluppo socio-economico, di vita democratica, di progresso nella cultura civile. Da anni la Banca Mondiale dedica al tema del capitale sociale un programma di iniziative operative per lo sviluppo delle comunità locali in molte parti del mondo. L’Italia è stata finora largamente assente da questo dibattito, in particolare per quanto attiene all’importanza della famiglia nella generazione e utilizzazione del capitale sociale. Manca una riflessione e una conoscenza empirica del fenomeno, e ancor più mancano politiche attive di sviluppo in questa direzione. L’Ottavo Rapporto Cisf propone la prima indagine sistematica sul ruolo che la famiglia ha nel nostro Paese agli effetti della creazione e della valorizzazione del capitale sociale, che consiste in quelle caratteristiche – di forma e di contenuto – inerenti alla struttura delle relazioni sociali che facilitano l’azione cooperativa di individui, famiglie, gruppi sociali e organizzazioni in genere. La famiglia, allora, dovrebbe essere il primo ambito del capitale sociale.
2.2 La famiglia è capitale sociale non solo per se stessa ma anche per la società?
È molto diffusa l’opinione
secondo cui la famiglia non sarebbe capitale sociale per la società, per
via del suo carattere privatistico, particolaristico e tendenzialmente chiuso
nei confronti degli "altri". Siccome il capitale sociale è definito
come lo stock di relazioni a carattere fiduciario e cooperativo che
esiste in una comunità, sembra che la famiglia non sia capitale sociale per la
società, ma eventualmente solo per se stessa (nei legami di solidarietà nella
parentela stretta).
Il Rapporto smentisce questa tesi. Anzi,
sostiene e dimostra esattamente il contrario. Viene ampiamente ed empiricamente
mostrato che, se intendiamo il capitale sociale come tessuto di relazioni
caratterizzate da fiducia e collaborazione, allora noi vediamo che il capitale
sociale ‘pubblico’ – quello fatto di civismo e solidarietà nella sfera
pubblica – dipende fortemente dall’esistenza o meno di un tessuto di
capitale sociale creato dalla famiglia. Per questa ragione la famiglia viene qui
definita, per la prima volta, come capitale sociale primario, mentre il
capitale sociale che esiste nel mondo del lavoro, delle associazioni civiche,
delle pratiche del "buon cittadino" è denominato capitale sociale secondario,
non già perché sia meno importante, ma perché dipende da quello primario
della famiglia.
2.3 In Italia la famiglia è ancora un capitale sociale?
È opinione diffusa che la famiglia si sia molto indebolita (sia come istituzione sociale, sia come rete di relazioni significative) tanto al suo interno quanto nei confronti dell’esterno, cosicché sarebbe sempre meno capitale sociale.
Il Rapporto smentisce questa opinione. Infatti, è certamente vero che in molte aree del Paese la famiglia è deperita o è stata "consumata" come capitale sociale (è stata usata per altri scopi, come lo sviluppo economico, che l’hanno erosa). Non poche aree territoriali, fino a ieri fiorenti, sono oggi destinate ad incontrare il declino economico e crescenti problemi sociali (legati alla solitudine, all’isolamento, alla frammentazione e alla debolezza del tessuto sociale). Tuttavia, nella gran parte del Paese, la famiglia continua ad essere la primaria fonte di cura, nonché risorsa sorgente dell’iniziativa sociale e dell’imprenditorialità diffusa, sia per i singoli sia per le formazioni sociali, nella vita quotidiana. È vero comunque che, nel lungo periodo, senza politiche (culturali, sociali, economiche e anche religiose) adeguate, la forza della famiglia come capitale sociale originario è destinata a diminuire, almeno per le popolazioni autoctone, dato che nelle minoranze etniche immigrate, che provengono da culture in cui la famiglia è altamente istituzionalizzata e ricca di stabilità, il capitale sociale è mediamente più elevato.
2.4 Che tipo di famiglia è più creativa di capitale sociale?
È opinione diffusa che la famiglia sia tanto più dotata di capitale sociale quanto più è aperta e democratica. Il Rapporto non smentisce questa opinione, ma la precisa e ne dimostra la parzialità. Infatti, non è vero che il capitale sociale familiare è tanto maggiore e più fecondo quanto più i membri della famiglia sono svincolati da obblighi e gerarchie, liberi di fare le scelte che vogliono all’interno di una struttura familiare totalmente flessibile e puramente affettiva. Al contrario, la famiglia produce tanto maggiore capitale sociale quanto più è stabile, durevole e capace di far valere obblighi e gerarchie nelle relazioni di reciprocità. La famiglia aperta e democratica che genera capitale sociale non è quella aperta a tutte le possibilità e senza regole, tantomeno la famiglia incerta e instabile. Al contrario, proprio laddove le famiglie formano delle comunità integrate culturalmente (figura 1), lì si crea più capitale sociale. Il caso delle famiglie che gestiscono direttamente o indirettamente una scuola di cui condividono valori e progetto educativo è emblematico rispetto alle scuole in cui la partecipazione dei genitori avviene secondo l’idea di una sfera pubblica aperta ad una pluralità indeterminata di opzioni che non ha un comune denominatore culturale (in questo caso i figli crescono in maniera più disorientata e hanno meno capitale sociale).
2.5 Che cosa si può fare per sostenere la famiglia come capitale sociale?
È opinione diffusa che occorra
dare alla famiglia più aiuti in forma di benefici, sconti, agevolazioni,
assegni di vario genere. Il presente Rapporto sostiene che queste misure non
sono inutili, ma segnala altresì che possono essere insufficienti e
controproducenti. Certamente non sono sufficienti a frenare il deperimento della
famiglia come capitale sociale. Inoltre, possono avere effetti imprevisti se
questi benefici non vanno nella direzione dell’aumento del capitale sociale,
ma aumentano soltanto il benessere materiale individuale che erode il capitale
sociale in cui consiste la vera ricchezza di una comunità. Per evitare questi
esiti, occorre che le politiche sociali si chiedano se le singole misure
accrescono oppure indeboliscono la rete di relazioni fiduciarie e cooperative
tra i membri della famiglia e fra costoro e le altre famiglie. In concreto, che
cosa significa tutto ciò?
Significa che gli interventi per le famiglie italiane non possono più
consistere in sconti, assegni condizionati a situazioni di carenza e povertà,
benefici dati una tantum, ma devono promuovere una mutualità attiva fra
le famiglie stesse, di carattere imprenditoriale, basata su un patto associativo
tra famiglie, mirando al loro empowerment. Alle famiglie debbono
certamente essere dati sussidi e riconoscimenti, ma è soprattutto importante
il modo in cui tali aiuti sono dati: questo modo deve essere tale da
sostenere una dinamica relazionale fatta di fiducia, collaborazione e
reciprocità fra i membri della famiglia e tra famiglie, perché solo in questa
maniera si aumenta o almeno si rigenera il capitale sociale. Se per esempio
aumentiamo i diritti dei bambini come diritti individuali che prescindono dalle
relazioni familiari, non aumentiamo, ma invece diminuiamo il capitale sociale
della società. La stessa cosa è vera per tante altre misure: quelle di pari
opportunità fra uomo e donna, quelle di aiuto alla genitorialità e i servizi
alla prima infanzia. Gran parte delle politiche cosiddette "familiari"
non aiutano le reti familiari, e quindi non generano capitale sociale, ma
contribuiscono a privatizzare gli individui.
Lo Stato deve apprendere a valorizzare il capitale sociale familiare anziché
sostituirsi alla famiglia o semplicemente "lasciarla andare". Anche il
mercato, in altro modo, usa il capitale sociale familiare, ma non lo crea. Anzi,
sempre più il mercato si rivolge agli individui senza passare attraverso la
rete familiare, e quindi depaupera il capitale sociale familiare. Il terzo
settore o privato sociale è il più vicino alla famiglia, ma deve ancora
apprendere a ragionare nell’ottica della valorizzazione del capitale sociale
familiare. Il più delle volte rivendica dei diritti e svolge funzioni di tutela
delle famiglie, ma non opera ancora pienamente come attivatore e promotore del
loro capitale sociale.
Il Rapporto suggerisce un ampio e profondo ripensamento delle logiche con cui la società tratta le famiglie: che sia in gioco lo Stato, il mercato o il terzo settore, diventa essenziale che gli interventi prospettati e i mezzi usati costruiscano reti di relazioni fra i membri della famiglia, gli operatori esterni attraverso cui venga sviluppata una cultura della fiducia, cooperazione e reciprocità, cioè del capitale sociale. Dalla scuola, ai servizi sanitari, ai servizi per l’infanzia, ai servizi domiciliari per anziani, alla mediazione familiare, in tutto lo sterminato campo delle attività quotidiane è una nuova logica che deve affermarsi se non vogliamo che la società crolli sotto i nostri occhi. Questa logica non può basarsi solo o prevalentemente su incentivi (monetizzazione) o sanzioni (imposizione di obblighi che non vengono rispettati), deve puntare su politiche relazionali.
2.6 In conclusione
Il Rapporto dimostra
che la famiglia è il capitale sociale primario della società. È dalla
famiglia che nascono la fiducia, lo spirito di collaborazione e la reciprocità
verso gli altri. Ciò riguarda innanzitutto i figli, ma anche gli adulti. Senza
la famiglia non ci sarebbe neppure il capitale sociale di una comunità locale.
Bisogna dunque affermare che la famiglia è il capitale sociale più importante
della società per almeno due ordini di motivi: primo, perché è a partire
dalla famiglia che si genera la coesione del tessuto sociale nella sfera del
lavoro, della partecipazione civica, dell’impegno pro-sociale, e non
viceversa; e, secondo, perché la famiglia diventa sempre più decisiva agli
effetti della felicità delle singole persone, perché il benessere degli
individui dipende sempre di più dal loro capitale sociale familiare.
Le politiche sociali dovrebbero ripensare tutti gli interventi e le misure nella
chiave di un criterio di base: se e come esse aumentano oppure invece
diminuiscono il capitale sociale primario della famiglia. Questa è la vera
uscita dall’assi-stenzialismo. Non si tratta di operare una sussidiarietà
intesa come privatizzazione dei servizi o come un "lasciar fare" alle
famiglie "fai-da-te", ma, al contrario, si tratta di inventare misure
che sostengano le famiglie attraverso l’aumento della loro capacità di
generare relazioni fiduciarie, cooperative e di reciprocità.
2.7 Un mix indissolubile: sussidiarietà CON solidarietà
Quando si riflette sul rapporto
tra politiche e famiglia; è certamente giustificato un approccio secondo cui
"la società non ha fatto/deve fare per la famiglia", con una lunga
lista di inadempienze, incongruenze, dimenticanze o penalizzazioni ai danni
delle famiglie, da parte del sistema politico-amministrativo a livello nazionale
e locale. Ma la relazione tra famiglia e politica sociale potrà essere
radicalmente modificata, a favore delle famiglie, solo quando le famiglie stesse
sapranno acquisire una chiara consapevolezza del proprio ruolo sociale, della
propria responsabilità pubblica, della propria soggettività autonoma di fronte
all’agire degli altri sottosistemi (politico, amministrativo, economico).
Occorre cioè, in altre parole, maggiore consapevolezza e maggiore pratica dell’"agire
sociale" della famiglia; "ripartire dalla famiglia" non può
essere più solo uno slogan, da difendere e affermare teoricamente, ma è la
responsabilità che ogni famiglia deve assumersi. Solo a partire da una presenza
reale, da fatti sociali, prodotti direttamente dalle famiglie associate, sarà
possibile esigere una reale "cittadinanza sociale della famiglia".
Del resto l’esistenza di questo movimento "dal basso" è condizione
essenziale perché si possa parlare di sussidiarietà reale; il modello
sussidiario non è infatti assicurabile solo dall’alto, "graziosamente
concesso dal sovrano", ma presuppone, esige addirittura l’esistenza di
una società civile forte, capace di esprimersi, di auto-organizzarsi, di
produrre fatti sociali, servizi, azioni, presenze.
Solo questa autonoma forza della società civile consente di uscire da logiche
assistenziali e di stato sociale istituzionale o totale, evitando nel contempo i
rischi di una privatizzazione solo mercantile, che lasci le singole famiglie
sole di fronte al contesto sociale; del resto, la storia recente del nostro
Paese, negli ultimi venti anni, conferma che l’emergere (o meglio lo svelarsi)
di un soggetto "terzo", diverso rispetto alla vecchia dicotomia Stato
– mercato, ha favorito il difficile (e nient’affatto concluso) compito di
coniugare autonomia e solidarietà, efficienza e attenzione ai più deboli,
sviluppo economico e azioni a favore di chi, da tale sviluppo, rimane escluso ed
emarginato.
Diventa però fondamentale, in una prospettiva sussidiaria, un approccio promozionale nei confronti della famiglia, proposto come criterio essenziale per la progettazione e la realizzazione di politiche sociali realmente sussidiarie.
Secondo tale prospettiva, in
effetti, le risposte che il sistema politico e sociale deve attivare di fronte
ai bisogni delle famiglie non devono porsi solo nell’ottica di "risolvere
i problemi" (cosa che del resto non si è certamente verificata gli scorsi
anni), ma devono in primo luogo cercare di "rimettere in moto" il
sistema famiglia, considerandolo non come destinatario passivo di prestazioni,
ma come partner attivo di un percorso di aiuto in cui sia il portatore di
bisogno (la famiglia, da sola o meglio associata) sia il prestatore di aiuto
(servizi, enti locali, governo centrale, ecc.) progettano e realizzano insieme
percorsi di uscita dalle condizioni di mancanza e di bisogno.
Anche in questo caso, quindi, il problema non è tanto chiedere maggiori risorse
per la famiglia (che pure sono assolutamente necessarie), quanto piuttosto
pretendere una diversa prospettiva, non assistenziale, non passivizzante, ma
(appunto), promozionale, sussidiaria, in cui le risorse messe a disposizione dai
servizi (professionisti, strutture, risorse finanziarie, politiche fiscali,
prestazioni di varia natura) entrino in sinergia con le capacità e le
potenzialità delle famiglie destinatarie degli interventi.
Una positiva relazione tra
famiglia e politiche sociali può quindi realizzarsi solo dall’incontro tra
questi due orientamenti virtuosi: da parte della famiglia deve esplicarsi un
agire sociale caratterizzato dalla responsabilità e da un orientamento
pro-sociale; da parte delle politiche, deve essere proposto un approccio
solidaristico e promozionale, capace di favorire la "messa in
movimento" della famiglia.
Gli orientamenti opposti generano invece un relazione "perversa"
(quadrante A), in cui un atteggiamento privatistico da parte delle famiglie,
interessate solo al perseguimento del proprio interesse particolare, viene
confermato e accentuato da un approccio assistenziale e passivizzante da parte
dei servizi.
In altri termini, "le
politiche sociali dovrebbero ripensare tutti gli interventi e le misure nella
chiave di un criterio di base: se e come esse aumentano oppure invece
diminuiscono il capitale sociale primario della famiglia. Questa è la vera
uscita dall’assistenzialismo. Non si tratta di operare una sussidiarietà
intesa come privatizzazione dei servizi o come un "lasciar fare" alle
famiglie "fai-da-te", ma, al contrario, si tratta di inventare misure
che sostengano le famiglie attraverso l’aumento della loro capacità di
generare relazioni fiduciarie, cooperative e di reciprocità".
3. Quali bisogni oggi
Sottolineare la qualità di "risorsa" della famiglia non significa ignorare che proprio dalla famiglia provengono le richieste di supporto, le domande di aiuto, i bisogni delle persone. Conviene allora interrogarsi su quali sono le "sfide" (interne ed esterne, fisiologiche e patologiche, prevedibili o impreviste) di fronte ad un sistema familiare, il modo in cui la famiglia "risponde" a tali sfide (la famiglia come "sistema responsabile" e interattivo), le situazioni in cui occorrono risorse "altre" rispetto a quelle più tipicamente familiari (di sistema, tecnico-professionali, quantitativamente più grandi…).
Inoltre le sfide alla famiglia sono oggi di varia natura, anch’esse (così come le forme e le strutture familiari) profondamente e rapidamente mutate negli ultimi anni per tipologia ed intensità; drammaticamente in crescita sono ad esempio i dati sul numero di famiglie sotto la linea di povertà, ma altre dimensioni dell’esperienza familiare sono spesso messe in crisi da problemi di varia natura, dalla fragilità delle relazioni di coppia e/o genitoriali fino alla presenza di membri del nucleo in grave difficoltà (disabilità, non autosufficienza, grave devianza, ecc.). La tabella 4 descrive sinteticamente le principali "aree di sofferenza familiare", senza dimenticare che tali difficoltà possono anche presentarsi contemporaneamente nello stesso nucleo, chiedendo risorse e capacità di adattamento spesso eccedenti le reali possibilità della famiglia.
Qualche breve cenno descrittivo su queste tipologie può aiutare ad approfondire ulteriormente il discorso; in primo luogo siamo costretti nuovamente a "guardare in faccia" la povertà economica come una delle variabili che maggiormente caricano rischi e difficoltà alle famiglie italiane. Fino a qualche anno fa pensavamo che potessimo occuparci solo dei bisogni relazionali, delle difficoltà culturali, della mancata integrazione sociale, di quella cosa che chiamavamo bisogni post-materialistici. Oggi le parrocchie hanno ricominciato a distribuire in modo sistematico i pacchi alimentari e questo per chi vuole produrre welfare sembra essere un grave arretramento nell’idea di Stato Sociale (ma è una risposta concreta ad un bisogno reale!). Oggi la povertà economica è grave, e se guardiamo i dati dell’ISTAT assume anche aspetti molto differenziati; per esempio molte famiglie oggi sono sotto la linea di povertà anche in presenza di un membro che ha un lavoro garantito, mentre qualche anno fa bastava che uno avesse un lavoro fisso e la famiglia era certa di stare al di sopra della linea di povertà. Oggi non è più così; i dati ISTAT sulla povertà dicono che la povertà al Nord è prevalentemente caratterizzata da situazioni di famiglie di anziani e con anziani al loro interno, mentre al Sud sono le famiglie numerose di tre figli e più in cui diventa pesante il rischio povertà. Una famiglia su tre tra quelle con tre figli e più è sotto la linea di povertà. Si può discutere la metodologia, si può ragionare se è vero che le modalità di lettura delle condizioni economiche delle famiglie siano giuste, ma di fatto oggi abbiamo questa sfida come nuova sfida di ordine prioritario.
Un secondo luogo di difficoltà
della famiglia è certamente l’emarginazione e l’isolamento sociale,
per esempio famiglie deprivate culturalmente, famiglie che non hanno nessuno a
cui chiedere; una volta erano le famiglie che dal Sud Italia si muovevano verso
il Nord Italia (o verso l’estero), ora sono le famiglie che vengono da altre
nazioni, oppure famiglie che non sanno neppure che possono chiedere qualcosa a
qualcuno, quelle che mancano di indirizzi. Chi fa segretariato sociale nel
pubblico o nel privato sa che la prima questione è quella di dare bussole,
orientamenti, aiutare la gente a pensare che ci sono delle possibilità e delle
risorse esterne. Quindi l’emarginazione e l’esclusione sociale sono
condizioni che potrebbero anche non essere legate ad un fattore di povertà
economica, ma che possono penalizzare pesantemente la famiglia.
Una terza variabile è la fragilità delle relazioni familiari; i
dati statistici parlano di una crescita costante delle separazioni e dei
divorzi, di forme familiari più discontinue, non stabili, non progettuali: nel
2003 ci sono stati 41.835 divorzi e 79.642 separazioni, a fronte di 258.580
matrimoni. Ogni due matrimoni che si fanno se ne disfa uno; è evidente che
siamo di fronte ad una trasformazione del familiare: certamente le relazioni in
famiglia (specificamente quelle di coppia) sono più fragili. E tutti quelli che
lavorano sull’intervento a favore dei minori si rendono conto che spesso le
relazioni genitoriali sono diventate più difficili, costituendo un ulteriore
rilevante fattore di fragilità per le famiglie.
Un quarto fattore è la presenza di un membro in difficoltà; se nasce un bambino disabile, oppure quando un genitore diventa non autosufficiente, si scarica sulla famiglia nel suo complesso una tale tensione, una tale difficoltà, una tale debolezza, una tale domanda di attivazione che genera situazioni spesso drammatiche, soprattutto nel contesto italiano, dove la famiglia italiana è ancora molto responsabile cioè risponde. In Danimarca poco più del 10% degli anziani sono in strutture residenziali, in Italia siamo al 2,5 – 3% e dove stanno gli altri anziani? Restano in carico a sistemi familiari dove una donna di 50-55 anni ha i propri figli che stanno crescendo, ha i propri genitori che stanno invecchiando, la cosiddetta "generazione sandwich", e svolge questa doppia funzione di cura, di tenere insieme la famiglia, magari lavorando, ecco. La capacità di cura della famiglia italiana è ancora forte, ma cosa succederà quando il modello del figlio unico sarà prevalente? Se si sposano due figli unici, avranno in carico, nel loro futuro, quattro genitori anziani. Cosa potrà fare questa coppia (o, più precisamente, questa donna, data l’ancora fortemente prevalente declinazione "al femminile" del lavoro di cura familiare)?
Un’ultima questione fa riferimento ad un complesso di esigenze legate ad aspetti etici e antropologici complessivi; è il caso, ad esempio, delle famiglie con problemi di sterilità, o in cui esiste il problema dell’accompagnamento alla morte, che devono fronteggiare, cioè, un evento che interroga non solo la capacità di cura della famiglia (assistenza al morente in termini custodialistici), ma anche la capacità di attribuire senso all’evento, alla fatica, alle strategie di risposta. E la difficoltà di dare risposte a questa sfida è evidenziata dal dramma di tante famiglie alla ricerca del "figlio ad ogni costo", disposte a costosi pellegrinaggi internazionali per adottare un bambino, oppure a percorsi sanitari di grande intrusività e invasività, per poter "generare artificialmente" una vita. Anche in questo caso, infatti, gli eventi–sfida non sempre trovano famiglie attrezzate con le risorse necessarie.
AREE CARATTERIZZANTI DI POVERTÀ/FATTORI STRESSANTI (STRESSORS)
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RISORSE ECONOMICHE |
Tutte le più recenti indagini sottolineano che cresce il numero di famiglie in condizione di povertà economica, con redditi al di sotto della "linea di povertà", e che entrano in questa situazione anche nuclei familiari con membri percettori di reddito. La povertà economica non dipende quindi solo da disoccupazione strutturale (assenza di lavoro), ma può caratterizzare anche situazioni formalmente "garantite". |
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MANCATA INTEGRAZIONE SOCIALE |
La mancata integrazione sociale genera fenomeni di emarginazione spesso molto gravi: si tratta di nuclei con ridottissime risorse culturali, oppure di famiglie di immigrati in condizione di irregolarità, oppure di famiglie con uno o più membri stabilmente inseriti in circuiti di illegalità. In queste situazioni la marginalità sociale non sempre si accoppia con la povertà economica, ma genera comunque forti disagi relazionali, e comportamenti fortemente devianti, anomici. |
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FUNZIONAMENTO INTERNO FAMILIARE |
Il cattivo funzionamento
interno del sistema familiare genera certamente grande disagio: può
entrare in crisi l’asse orizzontale, di coppia (conflitti coniugali,
separazioni, a volte anche maltrattamento/violenza, in genere dell’uomo
sulla donna), oppure l’asse verticale, intergenerazionale, nelle due
specificazioni delle responsabilità genitoriali (abbandono/incuria nei
confornti dei figli, comportamenti maltrattanti, esposizione dei figli a
contesti inadeguati) e delle relazioni tra le stirpi (relazioni con i
genitori anziani, conflitti tra fratelli adulti, tra gruppi familiari all’interno
del sistema parentale). |
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PRESENZA DI UN MEMBRO IN DIFFICOLTA’ |
In presenza di gravi carichi assistenziali (un anziano non autosufficiente, un disabile, un malato mentale, un figlio con comportamenti gravemente devianti) il sistema familiare si trova inevitabilmente in prima linea, spesso senza rilevanti supporti dal contesto societario esterno, di fronte ad un compito che spesso si rivela "eccedente" rispetto alle risorse realisticamente presenti nel nucleo |
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PROBLEMI DI TIPO ETICO GENERALE |
Sono famiglie che devono misurarsi con il problema principale di "attribuire senso" alla fatica, al lavoro, alle azioni necessarie per far fronte a specifici eventi, che non esigono necessaria cura, azione continuativa, risorse aggiuntive. E’ il caso di un grave lutto familiare (morte di un figlio), o della "impotenza generativa" (sterilità di coppia), o dell’accompagnamento alla morte e al dolore. In questi casi appare più centrale una risposta in termini etici (a volte bio-etici). |
In ogni caso, si tratta di cinque
problematiche che mettono alla prova il sistema familiare nel suo complesso, non
solo la specifica tematica in questione.
Se questo scenario è
realistico, in questa sede si possono indicare solo alcuni suggerimenti per la
selezione delle priorità, ben sapendo che su ciascuna pista di azione è
necessario un forte impegno di ascolto, lettura della realtà, progettazione e
finanziamento.
Tuttavia occorre anche sottolineare che il primo passaggio, insostituibile,
dovrebbe proprio essere una "scelta politica di contabilità":
togliere le risorse destinate alla famiglia dalla colonna dei "costi"
del sistema Italia, e iscriverli nella colonna "investimenti": sono
certo che le famiglie sapranno far fruttare tutte le risorse iscritte a questa
colonna, per il bene proprio, dei propri membri e del sistema Italia.
I seguenti temi vengono proposti in una ipotetica "graduatoria di
rilevanza".
Occorre spostare forti risorse per rendere equo il confronto tra famiglie con carichi familiari e famigli senza di essi, oggi ancora iniquo a sfavore delle famiglie con figli e altri membri. Prima ancora che di spostamento di risorse aggiuntive, si tratta di riequilibri di equità. In particolare sono le politiche fiscali ad essere ancora insufficienti.
La fragilità dei giovani e
delle nuove famiglie è sotto gli occhi di tutti; occorre un investimento
"sociale", e non ci si può più affidare sulla capacità
"interna" delle famiglie di proteggere le nuove generazioni.
In particolare si richiede un "piano casa" (sblocco degli affitti
con interventi per le case non abitate, prestiti sull’onore, promozione dell’housing
sociale).
Occorre una esplicita scelta pubblica "pro-natalità", con supporti, strumenti e azioni a favore dei nuclei con nuovi nati. Anche le riflessioni sui percorsi previdenziali riverberano su questo tema. Un’estensione di questo tema riguarda anche la "responsabilità educativa " delle famiglie, oggi altro luogo di difficoltà nella vita quotidiana, con forti riverberi sociali (vedi ad esempio il bullismo).
Il sistema delle cure oggi si affida ancora molto sulla famiglia; non si tratta di sostituirla con interventi di altri attori (in particolare i servizi pubblici socio-sanitari), ma di ideare interventi che "lascino nel gioco" la famglia come risorsa, con piccoli ma significativi supporti "integrativi".
Alcune
condizioni richiedono supporti diretti: in particolare:
le famiglie con un solo
genitore
le famiglie
"povere"
le famiglie di migranti
6. Un "lavoro a misura di famiglia"
Trasversale a questi nodi è il rapporto tra famiglia e lavoro, ad oggi certamente più "spazio di sofferenza e tensione familiare" che non risorsa al favore del familiare. La conciliazione "a misura di famiglia" dovrebbe caratterizzare diversi tra i punti prima ricordati (vedi giovani coppie, o flessibilità per i compiti di cura, ecc.); qui c’è uno spazio di cambiamento che si può ancora chiedere alla politica, ma soprattutto sarà necessario generare mutamenti culturali nei soggetti economici.